Guerra Iran, il vertice di Islamabad prova a cucire un dialogo tra Stati Uniti e Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fragore dei bombardamenti – Stati Uniti e Israele continuano a colpire obiettivi iraniani, gettando un’ombra lunga sul mercato energetico globale e paralizzando di fatto il traffico aereo civile nella regione – non ha ancora fermato il tentativo, per quanto defilato, di ricucire uno strappo che appare ormai profondo. A Islamabad, oggi, i ministri degli Esteri di Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto si sono riuniti per quella che le agenzie definiscono una serie di «discussioni approfondite sulle tensioni regionali». Nessuno di loro, va detto, siede al tavolo dei diretti antagonisti: da una parte l’amministrazione Trump, che ha ripreso la presidenza con una linea di massima durezza verso i pasdaran, dall’altra un Iran sempre più isolato e bersagliato. Eppure, proprio l’assenza di un canale diretto tra Washington e Teheran trasforma questo vertice in un laboratorio diplomatico di rilievo. Non sono negoziati, avvertono gli analisti, bensì consultazioni. Ma a volte, in un vicolo cieco, anche un semplice colloquio esplorativo può diventare l’inizio di una via d’uscita.

La diplomazia della navetta pakistana tra Trump e Pezeshkian

Il ruolo del Pakistan, in questo quadro, non è affatto secondario. Come ricorda il New York Times, Islamabad ha intensificato nelle ultime settimane un’intensa attività di “shuttle diplomacy”, passando messaggi – stando a fonti diplomatiche – tra il presidente americano Donald Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. I leader pakistani, tradizionalmente vicini a entrambi i fronti, si muovono su un crinale sottile: da un lato mantengono rapporti operativi con Washington, dall’altro non possono ignorare la vicinanza geografica e gli interessi strategici con Teheran. E c’è un elemento concreto che spinge il paese a non restare inerte: il Pakistan dipende dalle importazioni di petrolio e gas dal Golfo. Un’escalation prolungata rischierebbe di strozzare le sue forniture energetiche, con conseguenze disastrose per un’economia già fragile. Per questo, i diplomatici pakistani hanno scelto di ospitare il vertice, cercando di trasformare la propria vulnerabilità in una leva di mediazione.

Arabia Saudita, Turchia ed Egitto: alleati americani alla ricerca di una via

Il principe Faisal bin Farhan Al Saud, ministro degli Esteri saudita, è arrivato ieri a Islamabad con un mandato preciso: discutere modalità per porre fine alla guerra in Medio Oriente. Al suo fianco, i colleghi di Turchia ed Egitto – paesi che, pur avendo relazioni complesse con l’amministrazione Trump, restano formalmente alleati o partner strategici degli Stati Uniti. La loro presenza non è casuale. Nessuno di loro intende sfidare apertamente la linea di Washington, ma tutti subiscono le ricadute economiche e umanitarie del conflitto. I raid congiunti di Stati Uniti e Israele iniziati un mese fa hanno già spostato gli equilibri regionali, e l’ipotesi di un allargamento del fronte preoccupa in particolare Riad e Il Cairo, che dipendono dalla stabilità del Golfo per i propri approvvigionamenti energetici. L’Egitto, inoltre, vede minacciati i propri introiti dal canale di Suez, parzialmente interrotto dalle tensioni. Così, questi tre paesi – con il Pakistan come anfitrione – cercano di costruire un ponte dove i protagonisti, per ora, si rifiutano di incontrarsi.

Energia, interessi nazionali e il silenzio delle armi

Quel che accade a Islamabad non è un tentativo di mediazione puro, ma piuttosto un allineamento di interessi concreti. Il Pakistan importa la stragrande maggioranza del proprio petrolio dai paesi del Golfo, e una guerra prolungata contro l’Iran rischia di bloccare le rotte marittime nello Stretto di Hormuz. Lo stesso vale per la Turchia, che pur avendo recentemente riavvicinato i rapporti con Teheran, non può permettersi un conflitto energetico su larga scala. L’Arabia Saudita, dal canto suo, vive da sempre un rapporto di competizione e distensione con la Repubblica Islamica, ma ora vede nel caos una minaccia diretta alla propria sicurezza interna. Così, i quattro ministri parlano di «riduzione delle tensioni» e di «favorire un dialogo con Teheran» senza però – ed è il punto centrale – avere alcun mandato ufficiale né da Trump né dai pasdaran. La loro è una diplomazia parallela, fatta di messaggi portati a spola e di colloqui informali. Non si sa se porterà a qualcosa. Ma in una guerra dove le parti non si parlano, persino un semplice canale di ascolto può valere più di un’altra bomba.

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