Il generale Asim Munir e la mediazione nascosta tra Usa e Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è un diplomatico di carriera, né un politico abituato ai riflettori delle capitali occidentali. Eppure, negli ultimi giorni, il nome di Asim Munir – capo dell’esercito pakistano – è emerso con insistenza nei dossier riservati che circolano tra Washington e Teheran. A Islamabad, dove la linea tra potere militare e civile è da decenni sottilissima, Munir ha assunto il ruolo di mediatore invisibile in una delle crisi più pericolose del Medio Oriente contemporaneo. La sua, va detto, non è una semplice comparsa cerimoniale: si tratta di una regia silenziosa ma concreta, costruita su una combinazione di influenza regionale, relazioni personali e capacità di manovra diplomatica che pochi altri attori, nella zona, possono vantare.

Il vertice di Islamabad e l’ombra degli Houthi

La scintilla più recente, quella che ha accelerato i tempi del dialogo sotterraneo, arriva dallo Yemen. Nei giorni scorsi, il gruppo ribelle Houthi – sostenuto apertamente dall’Iran – ha rivendicato un attacco missilistico contro Israele, il primo dall’inizio dell’ultima fase del conflitto. Un’azione che ha messo in crisi i sistemi difensivi israeliani e quelli americani schierati nella regione, già provati dalle incursioni iraniane sui due fronti. Sul piano militare, gli Stati Uniti hanno risposto spostando un contingente di marinai e marines a bordo della USS Tripoli nelle acque mediorientali, un movimento che molti analisti hanno letto come l’anticamera di una possibile operazione di terra. È in questo vuoto di fiducia, tra ritorsioni e contro-ritorsioni, che Munir ha fatto leva sui suoi canali diretti con la Guardia Rivoluzionaria iraniana e con gli apparati di sicurezza della Casa Bianca, dove Donald Trump – tornato alla presidenza – guarda con sospetto ma anche con pragmaticità a qualsiasi interlocutore capace di tenere aperto un varco.

La partita cinese e il piano in cinque punti

Non solo il Pakistan, però. Anche Pechino si è fatta avanti per mediare, consapevole che il gigante asiatico ha da anni interessi strategici sia a Teheran – di cui è alleato commerciale e politico – sia a Islamabad, dove i progetti della nuova Via della seta hanno radici profonde. L’attesa visita di Trump in Cina, d’altra parte, aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il Pakistan, che aveva già dichiarato una sorta di “guerra aperta” al vicino Afghanistan per questioni di sicurezza interna, ha ora allargato il suo raggio d’azione. Insieme a Pechino, Munir ha messo la propria ‘firma’ su un piano in cinque punti: l’obiettivo dichiarato è riaprire lo Stretto di Hormuz, strozzatura energetica fondamentale per l’economia globale, e fermare l’escalation iniziata ufficialmente la mattina del 28 febbraio, quando un attacco coordinato di Usa e Israele contro l’Iran ha provocato l’immediata rappresaglia di Teheran. Una rappresaglia che, secondo fonti sul campo, ha colpito soprattutto i Paesi del Golfo, tradizionali alleati americani ma sempre più esposti alle ritorsioni iraniane.

Il rapido sequestro di una reporter a Baghdad

Mentre i vertici militari si confrontano su piani e contro-piani, la cronaca quotidiana restituisce un quadro di caos diffuso. A Baghdad, ieri, una giornalista americana – che collabora anche con testate italiane – è stata rapita per alcune ore, per poi essere liberata in circostanze ancora poco chiare. L’episodio, avvenuto senza che se ne conoscano ancora i mandanti, ha riacceso l’attenzione sulla fragilità della sicurezza in Iraq, dove milizie filo-iraniane e forze locali si muovono in un equilibrio sempre più precario. Il rapimento, per quanto risoltosi senza conseguenze fisiche per la cronista, è stato gestito dalle autorità locali con il silenzio più assoluto: nessuna rivendicazione immediata, nessun comunicato ufficiale. Eppure, chi segue i movimenti dei servizi sa che Baghdad è diventata ormai una delle capitali più rischiose per chi indossa un giubbotto con la scritta “press”.

L’asse del terrore e la convinzione di Zamir

In Israele, il capo di Stato Maggiore dell’Idf, Eyal Zamir, ha dichiarato con una certa sicurezza che «l’asse del terrore del regime iraniano sta iniziando a crollare». Un’affermazione che, letta alla luce delle ultime settimane, sembra però scontrarsi con la realtà dei fatti. Perché tra attacchi, repliche, minacce e una generale deriva verso il caos, il conflitto in Medio Oriente appare lontano da una conclusione. Le trattative per un dialogo costruttivo vanno a rilento, frenate da decenni di rivalità e da una sfiducia reciproca che nemmeno un mediatore abile come Munir può cancellare con un colpo di spugna. I raid israelo-americani continuano, così come le risposte iraniane. E il livello dello scontro, se possibile, si alza di giorno in giorno. In questo quadro, il ruolo del generale pakistano resta quello di un regista che agisce dietro le quinte: capace di parlare a tutte le parti, ma privo del potere di imporre una tregua. Una tregua che, al momento, nessuno dei contendenti sembra davvero volere.

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