Ghalibaf detta le condizioni: “Prima dei negoziati la tregua in Libano e lo sblocco degli asset”
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Redazione Esteri
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La vigilia del primo, cruciale round di colloqui a Islamabad, la delegazione iraniana – guidata dal presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, figura chiave nell’architettura decisionale di Teheran – ha deciso di alzare il tiro, mettendo nero su bianco quelle che, a suo dire, sono le precondizioni non negoziabili per poter anche solo sedersi al tavolo con la controparte statunitense. In un post pubblicato sul proprio account social, il potente parlamentare ha infatti ribadito che due misure, che sarebbero già state concordate in via reciproca, devono essere attuate immediatamente: un cessate il fuoco stabile e duraturo in Libano – un fronte che la Casa Bianca e Israele hanno sempre trattato come separato, ma che Teheran considera parte integrante del conflitto – e il rilascio degli asset iraniani bloccati all’estero, una questione che da sempre rappresenta una spina nel fianco dell’economia del regime. “Questi due punti”, ha scritto Ghalibaf con un tono che non lascia spazio a interpretazioni, “devono essere soddisfatti prima che i negoziati inizino”.
La fragilità della tregua e la morsa sullo Stretto di Hormuz
Mentre il sud di Beirut continua a essere martoriato da raid aerei israeliani, la situazione sul terreno rimane tesa e la tregua pattuita due settimane fa appare estremamente fragile. A complicare ulteriormente il quadro c’è la situazione dello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per il commercio petrolifero globale su cui il presidente americano, ormai stabilmente alla Casa Bianca da più di un anno, ha scelto di intervenire con una certa durezza retorica. In una serie di interventi su Truth Social, Trump ha accusato l’Iran di fare un “lavoro pessimo” nella gestione del transito delle navi, avvertendo Teheran di mettere fine immediatamente a qualsiasi tentativo di imporre pedaggi o blocchi. L’avvertimento è stato chiaro: “Se lo fanno, farebbero meglio a smettere subito”, ha scritto il presidente, lasciando intendere che gli Stati Uniti non tollereranno violazioni delle intese che riguardano la libera navigazione.
La posizione della guida suprema e l’effetto Khamenei
In un contesto di crescente pressione diplomatica e militare, si è inserita anche la voce della più alta autorità religiosa e politica del Paese. L’ayatollah Mojtaba Khamenei, che guida la Repubblica Islamica dopo gli eventi che hanno segnato l’inizio del conflitto, ha fatto pervenire un messaggio scritto alla nazione, trasmesso dai canali televisivi di stato, in cui rivendica la fermezza di Teheran. “Non rinunceremo ai nostri diritti legittimi in nessuna circostanza”, ha dichiarato la guida suprema, sottolineando come l’intero “fronte della resistenza” – un riferimento diretto agli alleati in Libano e nella regione – sia considerato un unico. Pur ribadendo di non cercare la guerra, Khamenei ha di fatto blindato la posizione iraniana, impedendo alla delegazione a Islamabad di apparire debole o di fare marcia indietro sulle condizioni poste da Ghalibaf poche ore prima.
Vance in volo verso Islamabad e l’ottimismo condizionato
Mentre a Beirut sud le evacuazioni forzate annunciate da Israele continuavano a gettare migliaia di civili nel panico, la macchina della diplomazia americana si è messa in moto verso il Pakistan. Il vicepresidente J.D. Vance, decollato a bordo di Air Force Two alla volta della capitale pakistana, ha voluto trasmettere un messaggio di cauto ottimismo prima della partenza, sebbene non privo di avvertimenti. “Non vediamo l’ora di negoziare, penso che sarà positivo”, ha dichiarato Vance ai giornalisti, aggiungendo che il presidente Trump ha fornito alla squadra negoziale “linee guida molto chiare”. Tuttavia, in un linguaggio tipicamente diretto, ha anche messo in guardia gli interlocutori iraniani: se tenteranno di “prenderci in giro”, si troveranno di fronte una controparte poco ricettiva. Con Vance, a comporre la delegazione Usa, ci sono l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, segno dell’importanza che l’amministrazione attribuisce a questo round di colloqui, da cui potrebbe dipendere l’evoluzione – o l’ulteriore degenerazione – di un conflitto che ha rischiato di travolgere l’intero Medio Oriente.




