Il nodo di Hormuz congela i negoziati Usa-Iran a Islamabad: “Siamo stati danneggiati, il pedaggio navale ricostruirà il Paese”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Che si siano seduti faccia a faccia, ecco il vero dato storico: al Serena Hotel di Islamabad, blindato da ex poliziotti pakistani, americani e iraniani hanno ripreso un dialogo diretto interrotto dal 1979, cioè da quei giorni della rivoluzione khomeinista che avevano trasformato Teheran in una roccaforte inaccessibile. Eppure, nonostante l’atmosfera carica di aspettative – alimentata anche da una prima giornata di colloqui conclusa senza rotture clamorose – lo stallo persiste. A testimoniarlo, con la consueta ambiguità che lo contraddistingue, arriva la voce di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti ormai da più di un anno: “Forse ci sarà un accordo, forse no. In ogni caso, non fa nessuna differenza per me”. Parole che suonano come un disimpegno preventivo, ma che nascondono la tensione reale di un tavolo dove si gioca la guerra in corso da sei settimane.
L’analista che svela le carte di Teheran
Per capire dove si dirigano realmente i passi della delegazione iraniana – quella guidata da Ghalibaf e Araghchi – c’è un uomo da ascoltare: Abbas Aslani. Analista dotato di agganci profondi nei palazzi del potere di Teheran, segue ogni mossa del team impegnato nella capitale pakistana. Ed è proprio lui a fornire la chiave di volta della posizione iraniana, che molti osservatori superficiali stentano a decifrare: “Siamo stati danneggiati – spiega Aslani, riassumendo il sentire della sua controparte – Con il pedaggio per le navi a Hormuz ricostruiremo il Paese”. Una frase, questa, che trasforma lo Stretto da mera questione militare a strumento di rinascita economica, e che spiega l’inflessibilità mostrata finora dai negoziatori iraniani.
Hormuz, lo scoglio che blocca l’intesa
Lo Stretto di Hormuz, si sa, è da sempre il collo di bottiglia energetico del Golfo. Stavolta, però, è diventato il vero macigno sui tentativi di scongiurare un’escalation. L’ultimo round di trattative a Islamabad – dove ieri sera la televisione di stato iraniana ha confermato lo svolgimento di ben due round negoziali nell’arco della sola giornata – si è arenato proprio sul controllo di quelle acque. Da una parte, Washington avrebbe presentato richieste giudicate da Teheran “eccessive”; dall’altra, i Pasdaran (le guardie della rivoluzione) hanno già fatto filtrare un avvertimento chiaro, senza mezzi termini: “Qualsiasi tentativo da parte di navi militari di attraversare lo Stretto incontrerà una ferma risposta”. Non una semplice minaccia retorica, bensì il segnale che la controparte americana si trova di fronte a una linea rossa tracciata col sangue e con la volontà di non cedere di un millimetro.
Un negoziato a oltranza, tra cautela e rifiuti
L’Iran, dal canto suo, non chiude la porta: “Continueremo nonostante le divergenze”, hanno fatto sapere i suoi rappresentanti al termine della prima giornata. Un cauto ottimismo che Aslani, forte della sua esperienza, invita a non sopravvalutare: “L’esperienza passata ci suggerisce di essere cauti”. Perché se è vero che il semplice essersi parlati rappresenta un’eccezione storica – nessun contatto diretto di questo livello dal 1979 – è altrettanto vero che i nodi da sciogliere restano sostanziali. Teheran insiste per mantenere il controllo sullo Stretto, ritenendo le pretese americane al tavolo non solo eccessive, ma lesive della propria sovranità. E finché la questione del pedaggio navale – che Aslani descrive come leva per “ricostruire il Paese” – non troverà una quadratura, ogni passo in avanti rischia di rivelarsi effimero. La guerra, iniziata sei settimane fa, continua a tenere il mondo col fiato sospeso, e l’esito di questi colloqui fiume in Pakistan appare più incerto che mai.




