La strage di Kabul e la "guerra aperta" tra Pakistan e Afghanistan: il raid sul centro per tossicodipendenti
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Redazione Esteri
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La tensione latente, che da mesi avvelena i rapporti tra Islamabad e Kabul, è degenerata in quella che le stesse autorità talebane definiscono ormai senza mezzi termini una "guerra aperta", e l'occasione per questo salto di qualità nella violenza l'ha fornita una strage di inaudita ferocia. Nel cuore della notte tra lunedì 16 e martedì 17 marzo, l'aviazione pachistana ha infatti bombardato un centro per la riabilitazione di tossicodipendenti nella capitale afghana, una struttura che, secondo le fonti locali, ospitava fino a duemila pazienti. Il bilancio, ancora provvisorio ma già apocalittico, parla di almeno quattrocento morti e più di duecentocinquanta feriti, cifre che il Norwegian Refugee Council, presente sul terreno con i propri operatori, ha sostanzialmente confermato parlando di centinaia di vittime tra i civili e descrivendo una scena agghiacciante, con resti umani sparsi tra le macerie dell'edificio, completamente distrutto.
La dinamica dell'attacco e la ridda di versioni contrastanti
Le bombe sono piovute sull'ex base statunitense Camp Phoenix, una struttura riconvertita circa un decennio fa in centro di cura e situata a poca distanza dall'aeroporto internazionale di Kabul. Mentre le squadre di soccorso lavoravano senza sosta per estrarre i corpi dalle lamiere contorte e dai calcinacci, cercando tra i superstiti di quella che è stata una vera e propria ecatombe, è subito iniziato lo scontro frontale tra le ricostruzioni dei due governi. Da un lato, Kabul, con il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, che ha parlato di un attacco "contro l'umanità" e di una flagrante violazione del diritto internazionale; dall'altro, Islamabad, che ha prontamente respinto ogni addebito, rivendicando la paternità dell'operazione ma sostenendo di aver colpito, con l'uso di munizioni di precisione, un deposito di munizioni e un centro logistico utilizzato da gruppi armati per rifornirsi e organizzare attentati oltre confine.
La giustificazione addotta dalle autorità pachistane, e ribadita con forza dal direttore generale dell'ISPR, il generale Ahmed Sharif Chaudhry, si fonda sulla necessità di rispondere ai continui attacchi condotti dal Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), il movimento dei talebani pachistani che, stando a Islamabad, godrebbe di rifugi sicuri e basi operative proprio in territorio afghano, con la benevola e interessata complicità del regime talebano al potere. La versione ufficiale di Islamabad parla di un bersaglio militare, un sito adibito allo stoccaggio di droni e persino di missili Scud di epoca sovietica; le esplosioni secondarie, visibili nei video diffusi nella capitale afghana subito dopo il bombardamento, proverebbero la presenza di un ingente quantitativo di esplosivo, una circostanza che, secondo i militari pachistani, sarebbe incompatibile con la natura dichiaratamente civile della struttura.
Il nodo del TTP e le accuse incrociate tra i due vicenti
Al di là della conta delle vittime, destinata purtroppo a salire nelle prossime ore data la gravità delle condizioni di molti feriti, il raid solleva interrogativi inquietanti sulla strategia a lungo termine di Islamabad e sulla tenuta stessa del governo talebano di Kabul. Il ministro dell'interno afghano, Sirajuddin Haqqani, figura storicamente legata a gruppi estremisti, è intervenuto ai funerali delle vittime per smentire categoricamente che nella struttura colpita vi fosse alcuna attività militare, definendo i morti come "pazienti, civili e innocenti". Tuttavia, la posizione pachistana appare granitica: il ministro dell'informazione Attaullah Tarar ha parlato di un'azione "precisa, deliberata e professionale", inserita nel più ampio quadro dell'operazione "Ghazab Lil Haq" (Giusta ira), e ha minacciato la ripresa delle ostilità con rinnovato vigore una volta terminata la breve tregua concordata per le festività del Eid al-Fitr, su richiesta di paesi mediatori come l'Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia.
Il paradosso, se così si può chiamare, è che entrambi i contendenti si accusano reciprocamente di fomentare il terrorismo. Per Islamabad è inaccettabile che il territorio afghano continui a rappresentare un santuario per il TTP, gruppo responsabile di centinaia di attentati sul suolo pachistano, e le rimostranze diplomatiche, portate avanti anche attraverso la mediazione cinese, non avrebbero sortito alcun effetto concreto. Dall'altra parte, Kabul respinge le accuse, ribadendo la propria estraneità e denunciando invece le ripetute violazioni della propria sovranità territoriale da parte dell'aviazione pachistana, violazioni che hanno causato, secondo le stime dell'ONU, decine di vittime civili e lo sfollamento di oltre centomila persone nelle ultime settimane.
Il diritto internazionale umanitario e la difficile verifica dei fatti
In questo clima di recriminazioni incrociate e di propaganda bellica, la verifica indipendente dei fatti diventa un'impresa quasi titanica. Le agenzie delle Nazioni Unite, pur confermando un numero di vittime per il singolo attacco al centro di riabilitazione sensibilmente inferiore rispetto a quello fornito dai talebani (143 morti secondo una prima stima), non sono state in grado di accedere in piena autonomia all'area per giorni, e i loro funzionari parlano di una situazione estremamente fluida e complessa. La presenza di organizzazioni non governative come il Norwegian Refugee Council ha perlomeno permesso di attestare l'effettiva natura del bersaglio colpito e l'incommensurabile sofferenza che ne è derivata. Il racconto del suo direttore per l'Afghanistan, Jacopo Caridi, è agghiacciante: soccorritori costretti a muoversi tra brandelli di corpi, famiglie in lacrime alla ricerca di congiugi scomparsi nel nulla, la difficoltà di dare una degna sepoltura a chi non è più identificabile.
La tregua annunciata per l'Eid, se da un lato offre un momentaneo respiro alla popolazione civile, rischia di essere solo una pausa di riflessione in un conflitto che sembra non conoscere vie d'uscita diplomatiche. L'inasprimento del linguaggio da ambo le parti, con il capo della propaganda talebana che ha parlato di "tempo scaduto" per la diplomazia e i vertici militari pachistani che promettono di colpire finché "l'ultimo terrorista non sarà eliminato", lascia presagire che le prossime settimane potrebbero riservare ulteriori, tragici capitoli di questa guerra dimenticata, combattuta all'ombra di crisi internazionali ben più note ma non per questo meno letale per le popolazioni che la vivono sulla propria pelle.
Description: Oltre 400 morti in un raid pakistano su un centro per tossicodipendenti a Kabul. Islamabad parla di un deposito di armi, Kabul di una strage di civili.




