Pakistan-Afghanistan, è guerra aperta: raid su ospedale di Kabul, oltre 400 vittime

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre gli occhi del mondo restano incollati agli scenari di tensione che coinvolgono Iran, Stati Uniti e Israele – un teatro bellico che dal 28 febbraio scorso ha visto attacchi e rappresaglie nel Golfo – un altro conflitto, altrettanto cruento ma meno raccontato, continua a insanguinare la regione. Si tratta della “guerra aperta” tra Pakistan e Afghanistan, una spirale di violenza che ha appena registrato il suo episodio più grave: un bombardamento aereo, condotto da Islamabad sulla capitale afghana, ha distrutto un ospedale per il recupero dei tossicodipendenti, provocando una strage. Le autorità di Kabul, guidate dal regime talebano, parlano di un bilancio che si fa ogni ora più pesante, mentre il governo pakistano respinge le accuse, rivendicando la precisione di un’operazione mirata contro infrastrutture militari nemiche.

Il fatto di sangue è avvenuto nella serata di lunedì 16 marzo, quando i caccia pakistani hanno colpito l’ospedale Omid, una struttura situata nel nono distretto di Kabul e dotata di duemila posti letto. Secondo il portavoce del ministero della salute dei talebani, Sharafat Zaman, e il portavoce del ministero dell’interno, Abdul Mateen Qani, il bilancio finale parrebbe essere drammaticamente elevato: si contano almeno 408 morti e 265 feriti, anche se le operazioni di scavo tra le macerie sono ancora in corso e si teme che le cifre possano aumentare ulteriormente. Le prime verifiche indipendenti, come quella condotta dal Norwegian Refugee Council, confermano l’entità della catastrofe: una delle ong presenti sul campo ha descritto la scena come “scioccante”, con un intero edificio della struttura ridotto in cenere e brandelli di corpi ancora sparsi tra i detriti.

Il centro chirurgico di Emergency a Kabul ha fornito un ulteriore riscontro sulla gravità dell’accaduto. Nelle ore successive al raid, i medici dell’organizzazione italiana hanno ricevuto 27 feriti, quasi tutti provenienti dal centro per la cura delle dipendenze colpito. Tra questi, purtroppo, tre sono arrivati già senza vita. La maggior parte delle vittime, come riferito da Dejan Panic, direttore del programma di Emergency in Afghanistan, erano pazienti della struttura, persone vulnerabili ricoverate per un percorso di riabilitazione.

Sul piano politico, la frattura tra i due governi appare ormai insanabile. Le autorità talebane hanno immediatamente puntato il dito contro Islamabad, accusandola di aver deliberatamente preso di mira un ospedale, un atto che definiscono “un chiaro crimine contro l’umanità” e una violazione delle convenzioni di Ginevra. Zabihullah Mujahid, principale portavoce dei talebani, ha condannato duramente l’operazione, sostenendo che il governo pakistano abbia scelto di abbandonare ogni tentativo di risoluzione diplomatica per adottare “tattiche israeliane” contro infrastrutture civili.

La narrazione di Islamabad è diametralmente opposta. Il ministero dell’Informazione pakistano ha infatti respinto al mittente le accuse, definendole “infondate” e “fuorvianti”. Secondo la versione ufficiale diffusa da Islamabad, i jet avrebbero condotto un attacco “preciso e professionale”, mirando a installazioni militari e depositi di munizioni dei talebani afghani, situati in quella che era la base ex-nato di Camp Phoenix. Il governo pakistano ha aggiunto un dettaglio tecnico per sostenere la propria tesi: la distruzione dell’ospedale, secondo i loro calcoli, sarebbe stata causata da esplosioni secondarie di munizioni immagazzinate nelle vicinanze, e non dall’impatto diretto delle bombe.

Un conflitto dimenticato con radici profonde

Quest’ultima strage rappresenta solo l’atto più cruento di un’escalation iniziata ufficialmente il 26 febbraio scorso, quando l’Afghanistan lanciò un’offensiva in risposta a precedenti raid pakistani, e Islamabad dichiarò “guerra aperta” al regime dei talebani. Le tensioni, in realtà, covavano da mesi, con Islamabad che accusa ripetutamente Kabul di offrire rifugio e basi logistiche ai miliziani del Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp), noti come talebani pakistani, un gruppo che conduce attacchi regolari oltre il confine. Dalla loro, i talebani afghani hanno sempre negato queste accuse, ribadendo che la questione della sicurezza interna pakistana è un problema che Islamabad deve risolvere da sola.

Nonostante i tentativi di mediazione, in particolare da parte della Cina, il fronte bellico si è rapidamente riacceso. Il giorno prima del massacro all’ospedale Omid, gli scontri avevano già coinvolto le province di Khost, Paktika e Kunar, e domenica scorsa anche l’aviazione afghana aveva effettuato bombardamenti sul Waziristan, in territorio pakistano. Il clima di ritorsioni reciproche è ormai tale che il ministro della Difesa afghano, Mohammad Yaqoob Mujahid, aveva avvertito con un linguaggio inequivocabile che le sue truppe sono pronte a combattere anche per dieci anni, se necessario.

Mentre le squadre di soccorso continuano a scavare tra le lamiere contorte dell’ospedale Omid, alla ricerca di superstiti, la comunità internazionale assiste impotente a una nuova, tragica pagina di questa guerra. L’unica nota di speranza, se così si può dire, arriva dalle parole del ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi, il quale, pur condannando l’attacco e confermando i numeri tragici, ha dichiarato che Kabul non cerca un conflitto totale, ma si limiterà a difendersi in modo proporzionato. Un messaggio, quello del governo talebano, che lascia intendere come, in questo braccio di ferro con la potenza nucleare pakistana, la consapevolezza dello squilibrio militare sia fin troppo chiara.

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