La sete di Kabul e il silenzio delle donne: quattro anni di talebani al potere

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il sole calava su Kabul, avvolgendo le strade polverose in una luce arancione, due vicini litigavano per un bene che diventa sempre più prezioso: l’acqua. "Arrivi con le taniche e salti la fila," ha sbottato Aman Karimi, strappando il tubo dalle mani di una donna che tentava di riempire i suoi secchi. Scene come questa, che sembrerebbero banali in un contesto normale, sono diventate l’emblema di un Paese allo stremo, dove anche il gesto più semplice è una lotta per la sopravvivenza.

Quattro anni dopo il ritorno al potere dei talebani, il 15 agosto 2021, l’Afghanistan è precipitato in una crisi che non risparmia nulla, né le risorse né le persone. Le falde acquifere si esauriscono, i pozzi si prosciugano, e la distribuzione idrica – già caotica – è diventata un privilegio per pochi. Ma se la sete logora i corpi, è la repressione a spezzare le anime. Le donne, cancellate dalla vita pubblica, vivono una condizione che rasenta l’invisibilità.

Prima della caduta di Kabul, una donna poteva – almeno sulla carta – candidarsi alle elezioni, studiare, persino praticare sport. Oggi, persino le mogli dei miliziani talebani, come racconta una ginecologa italiana della clinica di Emergency ad Anabah, "sono trattate come animali: rinchiuse in casa, senza contatti con l’esterno, incapaci di esprimersi". Le pazienti che arrivano al centro, spesso analfabete e in condizioni disperate, sono il simbolo di un sistema che non lascia scampo. "Qui siamo l’unico porto sicuro in un naufragio collettivo", dice la dottoressa, mentre assiste alle nascite in un Paese dove alle madri è negato persino il diritto di leggere.

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