Mario Adinolfi in carcere: decisivi i post sui social durante i domiciliari
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Redazione Esteri
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Mario Adinolfi è stato trasferito dagli arresti domiciliari al carcere dopo l’aggravamento della misura cautelare disposto per l’utilizzo dei social network durante la detenzione domiciliare. Il giornalista ed ex parlamentare era sottoposto ai domiciliari dall’8 luglio nell’ambito di un’indagine della Procura di Roma con accuse di truffa aggravata e continuata. Secondo gli accertamenti, avrebbe violato le prescrizioni che limitavano le comunicazioni con l’esterno.
Il trasferimento in carcere è stato eseguito dalla Guardia di Finanza di Roma su delega della Procura, dopo una nuova ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari. Le prescrizioni iniziali vietavano l’utilizzo di dispositivi telefonici, informatici e telematici, con l’eccezione dei contatti necessari con il proprio difensore. Gli investigatori hanno contestato ad Adinolfi una serie di comunicazioni pubblicate online attraverso social network e altri canali digitali non autorizzati.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’attività sui social non sarebbe stata un episodio isolato ma una condotta ripetuta nel periodo degli arresti domiciliari. Tra gli elementi valutati per l’aggravamento della misura sono state considerate le pubblicazioni effettuate mentre era sottoposto alle limitazioni previste dall’ordinanza cautelare, con particolare riferimento al divieto di comunicare con l’esterno attraverso strumenti telematici.
Il procedimento giudiziario che aveva portato ai domiciliari riguarda le accuse di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. L’inchiesta è collegata alla cosiddetta “Scommessa Collettiva”, un sistema promosso anche attraverso i social network nel quale alcune persone avrebbero affidato somme di denaro con l’aspettativa di ottenere restituzioni o remunerazioni.
Le contestazioni sono nate dopo denunce e querele presentate da soggetti che avevano partecipato all’iniziativa e che hanno riferito di non avere ottenuto, in tutto o in parte, la restituzione delle somme versate o i risultati economici prospettati. Nell’ambito dell’indagine era stato disposto anche un sequestro preventivo di oltre 400 mila euro.
L’attività digitale di Adinolfi ha avuto un ruolo centrale nella decisione di sostituire la precedente misura con la custodia cautelare in carcere. Gli accertamenti hanno riguardato la pubblicazione di post e contenuti online nonostante il divieto previsto dall’ordinanza, che consentiva l’uso degli strumenti tecnologici esclusivamente per esigenze legate alla difesa.
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