La strana guerra per i voti anti sistema nelle regionali del Veneto

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre la volata finale verso le urne del 23 e 24 novembre prende forma, accesi dai dati dell’Osservatorio sul Nord Est del Gazzettino, il dibattito non si concentra esclusivamente sul distacco, che appare incolmabile, tra il candidato del centrodestra Alberto Stefani e il suo sfidante di centrosinistra Giovanni Manildo. A surriscaldare gli animi, in una competizione il cui esito principale sembra ormai scritto, contribuisce piuttosto lo scontro serrato tra due liste minori, entrambe espressione di un bacino elettorale potenzialmente affine, le quali si contendono una fetta di consensi determinante per il superamento della soglia di sbarramento. Secondo le analisi più accreditate, infatti, mentre l’una avrebbe concrete possibilità di accedere all’assemblea regionale, l’altra rischierebbe di rimanere esclusa, un esito che andrebbe a ridefinire gli equilibri interni del futuro consiglio.

Il testa a testa che domina la scena

La rilevazione Demos, la quale delinea per Stefani una forbice compresa tra il 58% e il 62% dei consensi a fronte del 32%-36% di Manildo, illumina con chiarezza un altro aspetto cruciale della contesa: la battaglia per il primato tra i due principali partiti di governo. Lega e Fratelli d’Italia, infatti, si trovano in un sostanziale pareggio, con il Carroccio che oscilla tra il 22% e il 26% e i conservatori di Giorgia Meloni attestati tra il 21% e il 25%. Un dato, quest’ultimo, che conferma come la competizione vera non sia tanto per la poltrona del governatore, ormai data per assegnata, quanto per la leadership di coalizione in una regione storicamente feudo leghista.

L'ombra lunga del presidente uscente

La tenuta della Lega, che secondo un altro sondaggio Ipsos arriverebbe a toccare il 23,6% superando di un soffio Fratelli d’Italia al 23,2%, viene largamente attribuita al cosiddetto “effetto Zaia”. L’aura di popolarità del presidente uscente, il quale aveva tentato senza successo di perseguire un terzo mandato – generando non poche tensioni con la segreteria nazionale di Matteo Salvini –, sembra dunque continuare a beneficiare il partito, quasi raddoppiandone i consensi rispetto al risultato delle ultime elezioni europee. Quel che emerge, al di là dei pronostici, è un quadro in cui il carisma personale del governatore uscente riesce a trascinare la macchina del partito, nonostante i malumori che hanno caratterizzato la fase pre-elettorale.

Le tensioni nella coalizione di maggioranza

La designazione di Alberto Stefani, il quale ricopre il doppio ruolo di vicesegretario nazionale della Lega e segretario della Liga Veneta, non è stata affatto lineare. Oltre alle frizioni con il presidente Zaia, la sua candidatura ha dovuto fare i conti con le pressioni di Fratelli d’Italia, partito che, forte dei recenti successi elettorali conseguiti al Nord, avanzava con insistenza la richiesta di un proprio esponente alla guida della Regione. Questa dialettica interna, sebbene apparentemente ricomposta nella scelta del candidato unico, lascia intravedere una competizione sotterranea che si protrarrà ben oltre il giorno del voto, andando a influenzare la futura governance della Regione e i delicati equilibri nazionali della coalizione.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.