Eni, scoperto un maxi giacimento di gas al largo dell’Egitto: 56 miliardi di metri cubi pronti a rilanciare l’export verso l’Europa
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La guerra in corso con l’Iran, che da mesi sta facendo impennare i costi delle importazioni energetiche per l’intero bacino del Mediterraneo, ha trovato ieri un potenziale contraltare nelle acque egiziane. Il colosso energetico italiano Eni, insieme alle autorità del Cairo, ha annunciato una scoperta significativa nel giacimento di Temsah, situato offshore nel Mediterraneo orientale, destinata a modificare gli equilibri di un mercato reso ormai fragile dal conflitto. Il ritrovamento, frutto della perforazione del pozzo esplorativo Denise W 1, arriva in un momento storico preciso: mentre le forniture di gas al Egitto subiscono interruzioni a catena, questa nuova riserva si configura come un’ancora di salvezza non solo per il fabbisogno interno egiziano ma potenzialmente anche per il continente europeo, da sempre affamato di approvvigionamenti alternativi a quelli russi.
Secondo le stime preliminari diffuse dalla società guidata dall’amministratore delegato Claudio Descalzi, il potenziale del giacimento è impressionante: si parla di circa 2 trilioni di piedi cubi di gas, equivalenti a 56 miliardi di metri cubi di metano in posto, ai quali si aggiungono 130 milioni di barili di condensati associati. Per avere un termine di paragone, una dote del genere si avvicina vertiginosamente ai 63 miliardi di metri cubi che l’Italia intera consuma ogni anno. La scoperta, però, non è solo una questione di numeri: la sua posizione strategica, a soli 70 chilometri dalla costa e a meno di 10 chilometri dalle infrastrutture esistenti (incluse quelle del vicino giacimento di Temsah, in produzione dal 2001), permette di ipotizzare uno sviluppo rapido e a costi ridotti rispetto ai progetti greenfield.
Un tesoro sott’acqua per sopperire alle rotte tagliate dalla guerra
La cronaca degli ultimi mesi ci ha raccontato di un Egitto messo in ginocchio dalle spese energetiche; il primo ministro ha dovuto ammettere che il conflitto ha quasi triplicato la bolletta del gas, passata da 560 milioni a 1,65 miliardi di dollari al mese. È in questo quadro che si inserisce la scoperta di Eni. A differenza di altre riserve egiziane, questa ha una caratteristica che la rende unica nel panorama geopolitico attuale: la possibilità di destinare una parte della produzione all’esportazione. Il gruppo, attraverso la joint venture Petrobel (che vede accanto a sé BP con il 50%), potrebbe infatti concordare una deroga alle clausole che obbligherebbero a riversare il gas esclusivamente sul mercato domestico, indirizzando volumi preziosi verso l’Europa via rigassificatori. Una prospettiva concreta, se si considera che Eni ha già avviato le pratiche per il piano di sviluppo, con il punto di arrivo a terra previsto presso l’impianto già operativo di El Gamil.
La strategia near-field di Eni e il rinnovo ventennale della concessione
Questa scoperta non è certo la prima per l’azienda italiana in acque egiziane, dove opera storica come Zohr, il gigante scoperto nel 2015 che aveva fatto sognare l’autosufficienza energetica del Paese. Il pozzo Denise W 1, che ha restituito circa 50 metri di net pay in un serbatoio arenaceo di eccellente qualità, è il frutto di una strategia ben precisa: quella dell’esplorazione “infrastructure-led” e near-field, volta cioè a individuare nuove riserve vicino a impianti già esistenti per azzerare i tempi di messa in produzione. La perforazione, tra l’altro, segue l’accordo vincolante firmato nel luglio 2025 con le società statali EGPC ed EGAS per il rinnovo ventennale della Concessione Temsah, a testimonianza della volontà del Cairo di blindare i rapporti con l’Italia in un’ottica di lungo periodo, ben oltre l’emergenza bellica attuale.
Dalle stime ai fatti: l’attesa per la decisione finale di sviluppo
Se le stime parlano di 56 miliardi di metri cubi iniziali in posto, gli analisti del settore iniziano già a fare calcoli sul valore netto per Eni, quantificato in una forbice che oscilla tra i 150 e i 300 milioni di euro. Tuttavia, la prudenza è d’obbligo quando si parla di risorse non ancora estratte. Attualmente il pozzo Denise W 1 è in fase di preparazione per i test di produzione; solo al termine di questi si potrà confermare l’effettiva percentuale di recuperabilità del giacimento. Nei piani del gruppo, comunque, lo sviluppo procederà in parallelo con una campagna esplorativa che, per tutto il 2026 e l’inizio del 2027, prevede la perforazione di altri pozzi nella medesima area. L’obiettivo dichiarato, come si legge nei comunicati aziendali, è quello di prendere una decisione finale sugli investimenti nei prossimi mesi, mantenendo quel passo accelerato che ha sempre contraddistinto le operazioni del colosso guidato da Descalzi. Una sfida tecnica e logistica non da poco, che però potrebbe regalare all’Europa una nuova, fondamentale rotta energetica.




