La "migrazione sanitaria" mette sotto pressione i sistemi regionali

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il governatore dell'Emilia-Romagna, Michele De Pascale, ha lanciato un grido d'allarme, rompendo un tabù che per anni aveva caratterizzato l'approccio della sua regione: la sanità, un tempo orgogliosamente aperta a tutti, non regge più l'urto della cosiddetta "migrazione sanitaria". Troppi pazienti, provenienti da altre regioni, affollano gli ospedali di eccellenza, dal Rizzoli al Sant'Orsola, fino al Maggiore, rischiando di compromettere la capacità di risposta per i residenti. Un fenomeno, questo, che genera un introito annuo di 115 milioni di euro per le strutture emiliano-romagnole ma che, secondo il governatore, sta creando un intasamento insostenibile, al punto da spingerlo ad affermare, in un'intervista a Radio24, che "non useremo i soldi della sanità degli emiliano-romagnoli per curare i calabresi, i pugliesi o i siciliani".

Le reazioni alle dichiarazioni di De Pascale

Queste parole, che hanno suscitato un vivace dibattito politico e non solo, hanno portato il Partito Democratico a schierarsi al fianco del proprio governatore, condividendo la necessità di un sistema più "blindato". D'altro canto, le dichiarazioni hanno attirato aspre critiche, come quelle mosse dalla FIALS, il sindacato dei dirigenti della sanità, che attraverso il suo rappresentante ha accusato De Pascale di fare "dichiarazioni discriminatorie" e di non rispettare la "dignità dei pazienti", chiedendo una rettifica immediata. La posizione del governatore, dunque, ha creato uno scompiglio trasversale, dividendo le opinioni e mettendo in luce la profonda crisi di un modello.

La situazione in Lombardia e la ricerca di un nuovo modello

La pressione non è un'esclusiva dell'Emilia-Romagna. Il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, denuncia a sua volta una situazione di forte stress per il sistema sanitario regionale, sottolineando come la mobilità dei pazienti verso centri di alta specializzazione, che in Lombardia sono numerosi, imponga una riflessione profonda. Fontana, infatti, avverte che occorre cambiare modello, indicando come la questione sia ormai nazionale e non più confinabile ai confini di una singola regione. La concentrazione di eccellenze mediche in poche aree del paese, se da un lato rappresenta un vanto per il servizio sanitario nazionale, dall'altro crea squilibri difficili da gestire, costringendo un numero sempre maggiore di persone a spostarsi per ricevere cure che, nei propri territori di origine, non sono disponibili o non lo sono con gli stessi standard qualitativi.

Il nodo dell'alta specializzazione e i flussi di pazienti

Proprio l'alta specializzazione è il cuore del problema, come ha specificato lo stesso De Pascale, riconoscendo che in Emilia-Romagna esistono prestazioni ad alta complessità, un patrimonio per l'intero paese, che non sono disponibili altrove con la medesima qualità. È questo il motore principale che alimenta i flussi, attirando pazienti da ogni parte d'Italia verso quegli ospedali che sono diventati dei veri e propri poli di attrazione sanitaria. Un meccanismo che, se da un lato garantisce cure di alto livello a chi ne ha bisogno, dall'altro rischia di svuotare di significato il principio di universalità del servizio sanitario, trasformandolo in un sistema a due velocità: chi può accedere alle eccellenze, spesso migrando, e chi deve accontentarsi di ciò che offre il proprio territorio.

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