Alluvioni tra Pakistan e Kashmir, oltre 400 vittime per i monsoni
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Redazione Esteri
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Le piogge torrenziali che hanno colpito il Pakistan nordoccidentale e il Kashmir indiano tra il 26 giugno e il 14 agosto hanno provocato una strage, con oltre 400 morti accertati e decine di dispersi. Nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, dove i fiumi hanno travolto interi villaggi, il bilancio parla di almeno 110 vittime, 35 persone scomparse e otto feriti, mentre i soccorsi faticano a raggiungere le zone più isolate. A peggiorare la situazione, le cosiddette cloudburst – violente precipitazioni concentrate in poche ore – hanno innescato frane e inondazioni lampo, lasciando migliaia di abitanti senza vie di fuga.
Nella valle di Siran, teatro di alcuni degli episodi più drammatici, oltre 1.300 turisti sono stati evacuati d’urgenza dopo che smottamenti e colate di fango avevano bloccato le strade. Lo stesso scenario si è ripetuto nel Kashmir controllato dall’India, dove almeno 60 corpi sono stati recuperati e 80 persone risultano ancora disperse. I soccorritori, nonostante il terreno instabile, sono riusciti a trarre in salvo 300 individui, ma le operazioni proseguono tra macerie e corsi d’acqua esondati.
Particolarmente colpito il distretto di Kishtwar, nel Jammu e Kashmir, dove una cloudburst ha scaricato quantità d’acqua tali da trasformare torrenti in fiumi in poche ore. Se da un lato le autorità locali tentano di coordinare gli aiuti, dall’altro gli esperti sottolineano come questi fenomeni, una volta rari, siano ormai ricorrenti nell’arco himalayano. Le cause, legate al cambiamento climatico, non attenuano però l’impatto immediato: intere famiglie sepolte dal fango, case spazzate via e infrastrutture ridotte a brandelli.




