Il parere dell’avvocato Ue spinge il protocollo Albania verso la compatibilità, ma la partita sui diritti resta aperta
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La lunga attesa, fatta di rinvii e di quell’incertezza giuridica che aveva finito per svuotare di significato pratico l’intesa tra Roma e Tirana, ha trovato una risposta chiara – seppur non definitiva – nel parere depositato dall’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Nicholas Emiliou. Secondo la sua ricostruzione, che i giudici della Corte seguiranno molto probabilmente vista l’ autorevolezza del precedente, il diritto comunitario non preclude a uno Stato membro, come l’Italia, la possibilità di istituire centri di trattenimento per i richiedenti asilo al di fuori dei propri confini nazionali. Un verdetto, questo, che rappresenta un assist considerevole per la linea dura del governo guidato da Giorgia Meloni, la quale ha immediatamente parlazionato di una conferma della «validità» del proprio operato, lamentando al contempo il peso di «due anni persi a causa di letture giudiziarie forzate e infondate».
Un via libera condizionato dalle tutele
Sarebbe tuttavia un errore, forse dettato dalla semplice propaganda, leggere questo parere come una vittoria netta e senza macchie. Il ragionamento dell’avvocato generale è, nella sua sostanza, un atto di equilibrio: sì al trasferimento fisico dei migranti verso strutture come quelle di Gjadër, ma a una condizione irrinunciabile che riscrive i termini dell’accordo. I diritti fondamentali, quelli sanciti dal sistema europeo comune di asilo, devono essere garantiti in toto anche in Albania. Ciò implica, in concreto, che l’Italia non può eludere i propri obblighi: assistenza legale qualificata, supporto linguistico per comprendere le pratiche, contatti con i familiari e, aspetto nevralgico, un accesso rapido ed effettivo a un giudice per vagliare la legittimità del trattenimento.
L’ombra dei precedenti giudiziari e i numeri del flop
Il parere arriva, va ricordato, dopo mesi di altalena giurisprudenziale che hanno di fatto paralizzato il protocollo firmato il 6 novembre del 2023. Le cronache giudiziarie raccontano di una partenza a rilento, culminata con il trasferimento dei primi sedici uomini nell’ottobre del 2024, un numero irrisorio rispetto alle ambizioni iniziali dell’esecutivo. Le Corti d’appello italiane, in più di un’occasione, hanno ribaltato le decisioni del Viminale negando la convalida dei trattenimenti, sollevando dubbi proprio sulla compatibilità di questo modello esportato con le tutele previste per chi fugge da guerre e persecuzioni. Erano le cosiddette “sentenze creative” secondo il governo, semplici applicazioni della legge per chi le contestava; un contrasto aspro che ha portato la Cassazione a chiedere lumi a Lussemburgo.
La reazione politica e il modello europeo
Oltremanica, così come in Germania e in Olanda, l’attenzione è alta. Il parere, sebbene non vincolante nella forma, pesa come un macigno nel dibattito europeo sulla gestione dei flussi, alimentando quelle correnti politiche che spingono per la creazione di “hub di rimpatrio” in paesi terzi. La premier Meloni, forte di questo avallo, ha rivendicato la bontà di una strategia che punta a spostare fisicamente la frontiera, mentre dall’opposizione, come quella del Partito democratico, si sottolinea che la battaglia è solo all’inizio: quel «purché» messo dall’avvocato generale è un vincolo stretto, e la vera prova sarà verificare se un centro come Gjadër riuscirà mai a garantire gli stessi standard di legalità e umanità previsti in territorio Ue.




