Venezuela, la definizione di narco-Stato e le manovre militari di Trump
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Redazione Esteri
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La questione se il Venezuela possa essere considerato un narco-Stato, un interrogativo che da anni aleggia nelle cancellerie internazionali, trova risposte complesse presso gli organismi di contrasto al crimine. Secondo una fonte ben informata, che ha richiesto di rimanere anonima, l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine, insieme a Europol e Interpol, evitano di applicare al paese caraibico quella definizione in senso stretto. Preferiscono, piuttosto, coniare la locuzione di "narco-Stato funzionale", una sfumatura significativa che descrive una nazione il cui governo, secondo i parametri Onu, non controlla in maniera assoluta ma facilita sistematicamente il traffico di stupefacenti, traendone al contempo cospicui profitti. È questa, in sostanza, la cornice entro la quale si muove l'analisi dei fenomeni criminali che partono dalle coste venezuelane.
Il quadro strategico e il "tassello" mancante
Mentre gli analisti discutevano delle caratteristiche di questo sistema, lo scenario internazionale ha cominciato a registrare movimenti preoccupanti, con gli Stati Uniti che hanno avviato una nuova, aggressiva, strategia nella guerra alla droga. Già nei primi giorni di settembre, peraltro, un'azione in acque internazionali aveva portato all'affondamento di un'imbarcazione, partita proprio dal Venezuela, nel mar dei Caraibi; un'area dove la marina militare americana ha dispiegato un numero consistente di unità, chiaramente finalizzate a interdire le rotte del narcotraffico. Questi eventi, che alcuni osservatori hanno definito "spartiacque", hanno progressivamente composto un mosaico operativo al quale, come segnalato da alcune analisi, ne mancava soltanto uno per considerare completa la preparazione di un'azione militare.
Le prove di sbarco e l'allargamento del mirino
Quel tassello, potenzialmente decisivo, sembra essersi incastrato con le recenti manovre delle forze armate statunitensi. Sono i marines, infatti, ad aver simulato un'operazione anfibia a Porto Rico, un'esercitazione che riproduce le dinamiche di uno sbarco e che viene interpretata come un messaggio diretto indirizzato al regime di Nicolás Maduro. Il presidente Donald Trump, che non ha mai fatto mistero della sua intenzione di impiegare la forza per contrastare quelle che definisce minacce alla sicurezza nazionale, ha esplicitamente minacciato un attacco al Venezuela, inserendolo in un più ampio disegno che pare coinvolgere anche altre nazioni, come la Nigeria, sebbene per ragioni differenti. Questa escalation, che vede concentrarsi l'attenzione su più fronti contemporaneamente, sta sollevando perplessità perfino in alcune frange del suo stesso elettorato.
Una dottrina in evoluzione e i suoi risvolti
La posta in gioco, al di là delle dichiarazioni pubbliche, sembra essere il cambio di paradigma nella lotta al narcotraffico internazionale. L'approccio statunitense, che storicamente si è basato su cooperazione e azioni di intelligence, si sta orientando verso un impiego più diretto e visibile della potenza militare, anche in contesti di acque internazionali. Le navi da guerra schierate nei Caraibi non svolgono più un semplice ruolo di monitoraggio, ma sono pronte a ingaggiare e distruggere i bersagli identificati. Questo nuovo modus operandi, del quale l'episodio di settembre è stato un primo assaggio, trasforma le rotte della cocaina in un potenziale teatro di guerra convenzionale, con tutte le implicazioni geopolitiche del caso.




