La sera in cui Giacomo Bongiorni ha visto il male in faccia (e non si è voltato)

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un momento, in certi fatti di cronaca, in cui la realtà smette di essere comprensibile e diventa solo una sequenza di colpi inferti. Accade a Massa Carrara, in una piazza che si chiama Palma, dove il sabato sera di metà aprile si porta dietro quella noia grassa che nei gruppi di adolescenti si trasforma spesso in esercizio di forza. Poco dopo le 21.30, alcuni ragazzi – una decina, secondo le prime ricostruzioni – iniziano a lanciare bottiglie di vetro contro la saracinesca di un negozio chiuso. I passanti, come spesso accade, girano al largo. Tutti tranne uno. Giacomo Bongiorni, quarantasette anni, padre di un bambino di undici anni che in quel momento è con lui, non accetta il patto sociale del disinteresse. Non si volta. Agisce, spiegano i suoi amici più cari, come se fosse il padre anche di quei ragazzi. È una scelta che costa cara: la sua vita.

La dinamica dell’aggressione e il ruolo del branco

Quel che accade dopo è una lezione agghiacciante di meccanica della violenza. Bongiorni interviene, affiancato dal cognato, per richiamare il gruppo. Ma il gruppo, si sa, non ragiona; reagisce. La discussione degenera in pochi secondi: il quarantasettenne viene raggiunto da un pugno – sferrato, secondo le indagini dei carabinieri di Massa, da un diciassettenne – che lo fa cadere a terra. E lì, mentre è già a terra e indifeso, scatta la seconda fase, quella che trasforma una rissa in un omicidio. I due maggiorenni fermati, entrambi di nazionalità rumena e di 23 e 19 anni, lo avrebbero colpito con calci. Il figlio di Bongiorni, undicenne, vede tutto. Vede il padre che si alzava per difendere un principio e che finisce per non alzarsi più. La vittima va in arresto cardiaco. La Procura, in attesa dell’esame autoptico, cerca di capire se il fatale sia stato il trauma cranico della caduta o i calci sferrati successivamente. Dal punto di vista giudiziario, la posizione più pesante è quella del minore, finito in carcere nel penitenziario minorile di Firenze dopo la convalida del fermo da parte del gip di Genova. I due maggiorenni, invece, si trovano agli arresti in attesa di chiarire la loro specifica condotta.

Il blackout emotivo e le versioni contrapposte degli indagati

La dinamica giudiziaria e le reazioni del contesto

A livello procedurale, l’inchiesta è ancora nella fase degli accertamenti tecnici. Il Gip ha ritenuto sussistenti le gravità indiziarie per il diciassettenne, al punto da disporre la custodia in carcere, mentre si attendono gli sviluppi per gli altri coinvolti – tra cui si parla di almeno altri cinque giovani, alcuni minorenni, che potrebbero dover rispondere del pestaggio del cognato della vittima. Le indagini si avvalgono delle registrazioni delle videocamere di piazza Palma, che hanno permesso di identificare i componenti del gruppo. Parallelamente, sul piano sociale, la Procura ha già disposto l’autopsia per avere certezze sulla causa scatenante il decesso. Quel che emerge, ascoltando anche le parole dei familiari degli indagati, è un dramma nella dramma: padri che faticano a riconoscere i propri figli in quegli scatti di violenza, genitori che giurano di non aver insegnato quella strada. Ma la strada, a quanto pare, non ha bisogno di maestri quando trova il branco.

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