Trump all'Onu: la Comunicazione non Verbale e la Retorica delle Guerre "Finite"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Secondo l’esperta di comunicazione non verbale Maria Beatrice Alonzi, Donald Trump dimostra, attraverso una gestualità studiata e deliberata, una profonda consapevolezza dell’impatto che il suo corpo ha sul pubblico. La sua performance all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che alcuni definirebbero una lezione di comunicazione, è stata caratterizzata da una serie di movimenti eseguiti con estrema cognizione di causa. Trump, che padroneggia con abilità i codici non verbali, costruisce un’immagine di sé volta a trasmettere forza e controllo in ogni occasione pubblica.

L'analisi dei gesti di Trump

La gestualità di Trump all'Onu non è casuale ma deliberata, finalizzata a proiettare un'immagine di potere e controllo. Secondo l'esperta Alonzi, ogni movimento è calibrato per massimizzare l'impatto sul pubblico, trasformando il discorso in una performance di comunicazione non verbale studiata.

Le dichiarazioni sulle guerre "finite"

Questa attenta costruzione dell'immagine si accompagna a dichiarazioni politiche di grande impatto, come l'affermazione di aver "posto fine a sette guerre interminabili". Questa retorica, magniloquente, viene però messa in discussione da una verifica dei fatti. L'elenco include situazioni molto diverse, dalla disputa tra Thailandia e Cambogia al conflitto più complesso tra Israele e Iran.

Verifica delle affermazioni

Un esame puntuale rivela che la definizione di "guerra conclusa" è spesso ottimistica. Molti scenari citati, come le tensioni tra India e Pakistan o tra Armenia e Azerbaijan, non hanno avuto una risoluzione definitiva, ma solo tregue fragili. In altri casi, si trattava di dispute diplomatiche che non erano mai diventate guerre vere e proprie, rendendo la dichiarazione di Trump imprecisa.

Il contesto parallelo delle tensioni sociali

Mentre Trump parlava di pace globale, le cronache nazionali statunitensi registravano episodi di tensione sociale. A Milano, ad esempio, sono tornate in libertà con l'obbligo di firma due studentesse arrestate durante una manifestazione che aveva causato il ferimento di agenti. Questo episodio ricorda come il linguaggio del potere si scontri spesso con una realtà fatta di conflitti sociali ancora aperti.

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