Il monito di Federmeccanica: «L'ex Ilva è l'acciaieria più green d'Europa, non possiamo farne a meno»
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Redazione Economia
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Simone Bettini, presidente nazionale di Federmeccanica, ha voluto vederci chiaro, e per questo si è recato personalmente a Taranto, dove nello stabilimento siderurgico ha incontrato i manager di Acciaierie d’Italia e i rappresentanti dell’amministrazione straordinaria. La visita, che si è svolta tra i reparti produttivi e la sede di Confindustria, gli ha fornito, a suo dire, la conferma tangibile di un’idea che già sosteneva: quello jonico è un impianto strategico per il Paese, e perderlo sarebbe un errore irreparabile. Bettini, nel corso dell’incontro con la delegazione guidata da Salvatore Toma, ha speso parole di apprezzamento per il lavoro svolto in fabbrica, definendo lo stabilimento, con una certa enfasi, “meraviglioso” e sottolineando come i parametri ambientali raggiunti non abbiano eguali in Europa. Una presa di posizione, la sua, che si inserisce in un dibattito rovente, dove alle istanze di salvataggio industriale si contrappongono, come vedremo, gravi denunce sullo stato di sicurezza degli impianti.
La strategicità dell’acciaio italiano e il ruolo dello Stato
Il ragionamento di Bettini, che guida una federazione con 14mila imprese e 900mila addetti, parte da un presupposto di natura economica e geopolitica: la manifattura nazionale non può permettersi di dipendere dall’estero per una materia prima essenziale come l’acciaio. L’introduzione del meccanismo CBAM, la carbon tax europea, e l’inasprimento dei dazi, rendono infatti sempre più oneroso l’approvvigionamento extra-Ue, favorendo tra l’altro una concorrenza che Bettini non esita a definire sleale, come nel caso dei prodotti finiti importati dalla Turchia. Se a questo si aggiunge la lezione appresa, suo malgrado, con la crisi energetica e la necessità di autonomia strategica, il quadro che ne deriva imporrebbe, a suo avviso, una scelta chiara: l’ex Ilva deve rimanere un asset fondamentale in mano allo Stato. La difficoltà nel trovare un imprenditore privato disposto a investire, spiega Bettini, è direttamente proporzionale all’assenza di garanzie e certezze, un problema che solo un intervento pubblico potrebbe risolvere, magari attraverso una partecipazione di Invitalia, come suggerito dal presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma, per traghettare l’impianto verso la decarbonizzazione con forni elettrici e tecnologie Dri.
La denuncia di Veraleaks: «Corrimano disintegrati, si lavora a un passo dalla morte»
A gettare un’ombra lunga e minacciosa su questo quadro, per certi versi rassicurante, ci pensa però Luciano Manna, l’attivista di Veraleaks, che da anni monitora con sguardo impietoso le condizioni del sito siderurgico. La sua è una contro-narrazione fatta di immagini e segnalazioni, come quella che punta il dito contro la batteria numero 7 delle cokerie. In quell’area, spiega Manna, i corrimano sarebbero divorati dalla ruggine e rattoppati alla meglio, mentre i lavoratori – compresi quelli delle ditte in appalto – sono costretti a muoversi su piani di calpestio sospesi a quindici metri d’altezza, a un passo dal vuoto. Una situazione, questa, che evocherebbe scenari di pericolo costante e che si aggiunge a un elenco di criticità già denunciato in passato, come le emissioni senza captazione dell’altoforno 2 e il cedimento di una passerella che, pochi giorni fa, è costato la vita a un operaio. Per Manna, il contrasto tra le dichiarazioni di efficienza e la realtà quotidiana di chi in fabbrica ci lavora è semplicemente inaccettabile.
L’emergenza finanziaria e la resilienza del sistema industriale
A metà marzo 2026, l’analisi della crisi siderurgica tarantina rivela una complessità che va oltre la dialettica tra sostenitori della fabbrica e denunciatori dei suoi rischi. Il dato tecnico, crudo e inoppugnabile, parla di una disponibilità liquida ridotta all’osso e di un assorbimento di cassa mensile così ingente da prefigurare serie difficoltà per la continuità operativa. La Commissione europea ha sì approvato un prestito di salvataggio da 390 milioni di euro per coprire i costi fino al trasferimento dell’attività, ma i numeri raccontano di perdite che si aggirano attorno ai 50 milioni al mese, un ritmo che consuma in fretta qualsiasi ossigeno finanziario. E mentre il governo procede con la sua strategia di cessione, appare sempre più evidente come la resilienza del sistema industriale italiano sia messa a dura prova da una transizione che richiederebbe risorse, tempi e competenze forse sottovalutati.




