Ipertensione, il silenzioso assalto a cuore e cervello: valori critici e nuove frontiere per la “resistente”
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Redazione Salute
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L’ipertensione arteriosa, che molti erroneamente considerano un disturbo lieve o legato all’età, si conferma invece come il principale fattore di rischio prevenibile per la mortalità prematura su scala globale. A dirlo, con numeri che dovrebbero far riflettere, è il “Global Burden of Disease Study”, secondo cui questa patologia – silente fino a quando non colpisce – sarebbe stata da sola responsabile, nel 2019, di quasi 11 milioni di decessi. Un dato, quest’ultimo, che assume contorni ancora più drammatici se si considera il ruolo giocato dalla pressione alta nello sviluppo di malattie cardiache come lo scompenso, l’infarto o le aritmie (tra cui la fibrillazione atriale), senza dimenticare le conseguenze cerebrali quali l’ictus o l’emorragia. Basta sfogliare le statistiche di mortalità italiane, del resto, per rendersene conto: le patologie cardiovascolari restano la prima causa di morte nel Paese, e l’ipertensione ne è spesso il motore invisibile.
Terapie tradizionali e il muro della resistenza farmacologica
Non sempre, però, i farmaci antihipertensivi raggiungono l’obiettivo desiderato. Esiste una condizione, definita “ipertensione resistente”, che secondo stime internazionali riguarda circa il 5% dei pazienti ipertesi – percentuale analoga anche in Puglia, dove i medici si trovano ad affrontare casi in cui la pressione non scende nonostante l’uso di più molecole. Per questi malati, che vivono con il rischio costante di un evento maggiore, la medicina ha cominciato a proporre soluzioni alternative. All’ospedale della Murgia, per esempio, è entrata in sala operatoria una tecnica che non sostituisce la terapia medica, ma ne favorisce l’efficacia: la denervazione renale. Un intervento, questo, che mira a “spegnere” i nervi che attivano i meccanismi di rialzo pressorio, con l’obiettivo di ridurre il pericolo di ictus, infarto e insufficienza cardiaca.
Uno studio di New York svela il possibile arcano del cortisolo
Proprio mentre si cercano soluzioni meccaniche al problema, arriva da New York una scoperta che potrebbe riscrivere l’approccio diagnostico. Un team della Icahn School of Medicine del Mount Sinai, in uno studio presentato all’Annual Scientific Session dell’American College of Cardiology, ha fornito dati quantitativi inediti su un fenomeno finora trascurato: l’ipercortisolismo. Si tratta, in parole semplici, di una produzione eccessiva di cortisolo, l’ormone dello stress, che è stato rilevato in una quota sorprendentemente elevata di quei pazienti la cui pressione arteriosa non risponde alle terapie convenzionali. Una parte di loro, dunque, potrebbe essere stata trattata per anni senza successo semplicemente perché si cercava la causa nel posto sbagliato.
Valori da tenere sotto controllo e il peso della cronaca nera sanitaria
La cronaca nera della medicina, quella fatta di decessi evitabili, scrive ogni giorno pagine silenziose nei reparti di rianimazione e nelle camere mortuarie. I valori pressori, che andrebbero mantenuti idealmente sotto i 140/90 mmHg (e spesso molto più bassi in presenza di altre patologie), vengono troppo spesso trascurati fino all’evento acuto. Non si tratta, va detto, di allarmismo: l’ipertensione uccide in modo subdolo, indebolendo prima i vasi sanguigni cerebrali – con il rischio di un’emorragia improvvisa – e poi il muscolo cardiaco, che si affatica fino a cedere. Le inchieste giudiziarie, in questo campo, raramente arrivano in aula: chi muore per ipertensione lo fa nella propria abitazione o in ospedale, senza che ci sia un colpevole evidente. Eppure, ogni volta che un quarantenne viene colpito da un arresto cardiaco mentre corre al parco, o una donna va in fibrillazione atriale senza aver mai misurato la pressione, si materializza il costo umano di un nemico che si può identificare con un semplice bracciale e uno sfigmomanometro.




