L’economia italiana nel vicolo cieco del conflitto: crescita allo 0,5% e rischio recessione se lo Stretto di Hormuz resta chiuso
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Redazione Economia
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L’economia italiana, che già nei primi mesi dell’anno mostrava segni di una tenuta fragile, si trova ora a navigare a vista in un mare di incertezze geopolitiche dove il perimetro delle previsioni, solitamente ancorato a modelli matematici, si è fatto variabile impazzita a causa dell’escalation in Medio Oriente. Secondo le ultime proiezioni diffuse dal Centro Studi di Confindustria, lo scenario definito "ottimistico", quello che prevede una de-escalation del conflitto entro la fine di marzo, dipinge già un quadro di deciso rallentamento: il Prodotto Interno Lordo per il 2026 si fermerebbe allo 0,5%, un dato che sconta un taglio netto di due decimi di punto rispetto alle attese precedenti. È un numero, questo, che fotografa un’economia in equilibrio precario, dove la frenata degli investimenti e il timore delle famiglie di vedere erosi i propri risparmi rischiano di innescare un circolo vizioso di contrazione della domanda interna.
Se l’orizzonte temporale della crisi si allunga, però, il quadro muta radicalmente, assumendo i contorni di uno scenario da manuale delle crisi sistemiche. Confindustria ha delineato due ipotesi aggravanti: nel caso in cui le ostilità si protraggano fino a giugno, l’Italia rischierebbe di scivolare in una fase di stagnazione completa, con il Pil che azzera la sua pur modesta crescita. Il vero spartiacque, tuttavia, è rappresentato dalla prosecuzione del conflitto per l’intero anno, un’ipotesi che porterebbe dritti verso una recessione tecnica, con una contrazione del prodotto interno lordo stimata allo 0,7%. A fare da ago della bilancia in questi conteggi non è solo la durata delle operazioni belliche in sé, ma il destino dello Stretto di Hormuz: quel passaggio strategico attraverso cui transita una fetta decisiva degli approvvigionamenti energetici globali e la cui eventuale chiusura, anche solo parziale, rappresenterebbe uno shock sui prezzi paragonabile a una tassa improvvisa su un sistema industriale già provato.
Il peso del caro energia sulle filiere produttive, il manifatturiero veneto sotto pressione
La trasmissione di questo shock dai mercati globali ai bilanci delle imprese italiane è già visibile nei numeri elaborati dalle associazioni di categoria, in particolare nel Nord Est, dove il tessuto produttivo è fittamente popolato da piccole e medie imprese energivore. La Cna del Veneto ha messo nero su bianco un’impennata dei costi che assume i contorni di una vera e propria stangata: il costo complessivo per l’energia elettrica e il gas nella regione è destinato a salire da circa 11 miliardi di euro nel 2025 a oltre 13 miliardi nel corso di quest’anno, con un incremento percentuale del 22%. Un dato che, se declinato a livello microeconomico, si traduce in un’emorragia di liquidità per settori cruciali come la siderurgia, la chimica, la carta e la ceramica, i quali – secondo le stime – assorbirebbero da soli una fetta consistente di questo rincaro.
Non si tratta soltanto di una questione di competitività momentanea, ma di tenuta stessa della filiera manifatturiera. L’industria manifatturiera, che rappresenta il cuore pulsante dell’export tricolore, si trova schiacciata tra l’incudine dell’aumento dei costi energetici e il martello di un eventualo blocco della logistica internazionale. Le stime elaborate dalla Cgia di Mestre parlano chiaro: per il solo Veneto, l’aumento del costo delle bollette potrebbe superare il miliardo di euro, con province come Verona e Vicenza destinate a subire gli scossoni maggiori, in particolare nei distretti della meccanica e della lavorazione dei metalli. L’associazione, in questo contesto, ha calcolato un aggravio di costi per l’energia elettrica di 610 milioni di euro per il comparto manifatturiero regionale, una cifra che rappresenta quasi la metà dell’intero aumento regionale.
L’Ocse taglia le stime e il governo cerca di gestire la complessità
A gettare ulteriore benzina sul fuoco di un quadro macroeconomico già di per sé turbolento ci hanno pensato le rilevazioni dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), che hanno operato un drastico ridimensionamento delle prospettive di crescita per l’Italia. Secondo il rapporto pubblicato nei giorni scorsi, la crescita del Pil per il 2026 è stata rivista al ribasso fino a toccare quota 0,4%, un dato che rappresenta una riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto alle previsioni formulate a dicembre. Anche il 2027 non offre particolari spiragli di sollievo, con un incremento previsto dello 0,6%, in calo di un decimo di punto. In questo contesto, l’Ocse ha evidenziato come il conflitto in atto stia mettendo a dura prova la resilienza dell’economia globale, anticipando un’impennata dell’inflazione che, in Italia, è attesa salire al 2,4% quest’anno, spinta principalmente dal rincaro delle materie prime energetiche.
Sul fronte politico, la situazione economica rischia di trasformarsi in un terreno minato per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che si trova a dover gestire una congiuntura avversa che nulla ha a che vedere con le tradizionali dinamiche di consenso legate al voto. Le difficoltà economiche, con l’Ocse che ha sottolineato come il consolidamento fiscale previsto in Italia frenerà la crescita nell’area euro, si intrecciano con le pressioni internazionali per la gestione della crisi. La premier, che ha visto la sua immagine di leader vincente intaccata dalla sconfitta al referendum sulla giustizia, si trova ora a fare i conti con una realtà economica che non concede sconti. La richiesta di interventi immediati che arriva dal mondo produttivo, in particolare per il ripristino del credito d’imposta energetico a sostegno delle piccole e medie imprese, rappresenta un primo banco di prova per la capacità di reazione dell’esecutivo di fronte a una crisi che, a differenza di quelle passate, non ha origine nei numeri del debito ma nei movimenti tellurici della geopolitica mondiale.




