Torino Film Festival, il giorno di Terry Gilliam tra ricordi e provocazioni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si è svegliato, stamattina, felice di essere di nuovo nel cuore di quella che, citando Palmiro Togliatti, non ha esitato a definire la “vergogna d’Italia”. Terry Gilliam, genio anarchico del cinema, ha scelto proprio queste parole, cariche di un paradosso che gli è congeniale, per esprimere il suo affetto verso una città e un festival che, da sempre, sembrano comprendere la sua arte visionaria. «Amo l’idea di un luogo simile», ha affermato con il suo consueto pigma, «la vergogna d’Italia è uno dei posti più meravigliosi e gloriosi in cui si possa essere, in questo Paese». Un risveglio, il suo, che lo ha subito proiettato nella frenesia di un incontro con il pubblico, un momento di scambio diretto dopo aver vissuto «troppo a lungo a Londra, davanti al mio computer».

Il cinema come sfida e soddisfazione

Il racconto di Gilliam, al Torino Film Festival per ricevere il premio Stelle della Mole, è subito scivolato nella rievocazione di alcuni dei suoi lavori più iconici, come *Brazil*, pellicola sulla quale ha costruito una parte consistente della sua leggenda. Riflettendo su quel periodo, il regista ha osservato come, a suo avviso, «quando fai un film a quarant’anni dai il meglio di te». Quella pellicola, ha ammesso, rappresentò per lui «una grande soddisfazione», sebbene, durante la sua uscita, non potesse «garantire che metà del pubblico non se ne andasse prima che finisse». Una considerazione che svela tutta la natura sperimentale e coraggiosa di un cinema che non cerca facili consensi, ma che punta a colpire nel profondo, accettando anche il rischio di dividere chi guarda.

Ricordi indelebili e assenze dolorose

Il percorso della memoria ha toccato anche le figure, luminose e precocemente scomparse, con le quali ha avuto la fortuna di collaborare. Heath Ledger e Robin Williams, ai quali si è riferito come a «due persone meravigliose», emergono dal suo racconto con tratti distintivi e indimenticabili. Di Robin Williams, in particolare, ha sottolineato la vivacità intellettuale, definendolo «una delle menti più vivaci del pianeta», capace di «assorbire ogni informazione, mescolarla e digerirla» per poi elaborare riflessioni del tutto originali. Un tributo sentito, che va oltre il ricordo professionale e che tratteggia il profilo di un artista nella sua complessità umana.

Umorismo, trasgressione e una visione sul presente

La sua cifra stilistica, fatta di follia calcolata e di un umorismo che non conosce confini, è riemersa con forza nel rievocare le riprese di *Paura e delirio a Las Vegas*. Gilliam ha svelato alcuni retroscena sul set, ricordando i suoi due attori, Johnny Depp e Benicio Del Toro, e le soluzioni pratiche adottate per rappresentare certi eccessi. «Quando si comincia a parlare di droga si vive come se si assumesse», ha spiegato, «sullo schermo la cocaina era un’enorme quantità di latte in polvere e a Johnny dissi che d’ora in poi sarebbe riuscito a essere allattato al seno». Un aneddoto che racchiude l’essenza del suo metodo: surreale, irriverente e profondamente creativo. La sua riflessione si è poi spinta verso il panorama comico contemporaneo, con una posizione netta riguardo ai suoi esordi. Ha affermato, senza mezzi termini, che oggi i Monty Python, «con sei attori bianchi, sarebbero bocciati». Una presa di posizione che sfocia in una delle sue tipiche provocazioni, annunciando, con ironia, che per il suo prossimo lavoro farà «lavorare una lesbica in transizione di colore», strizzando l’occhio a quella che percepisce come un’eccessiva rigidità dei tempi moderni, dai quali si dichiara, non a caso, «stufo di essere un bianco accusato di tutto».

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