La rabbia della figlia di Terry Meneghetti dopo la condanna a 16 anni: "Giustizia non è stata fatta"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è chiuso con una condanna a 16 anni di reclusione, inflitta dal Tribunale per i minorenni di Milano, il procedimento – celebrato con rito abbreviato – a carico del ragazzo che il 14 maggio del 2025, quando aveva appena 15 anni, uccise Teresa Emma Meneghetti, pensionata di 82 anni che tutti nel quartiere conoscevano con il soprannome di "Terry". La sentenza, pronunciata nel pomeriggio di lunedì 15 giugno, ha ridotto di due anni la richiesta di pena avanzata dalla Procura per i minori, che aveva chiesto 18 anni di reclusione più un ulteriore periodo in una struttura di sicurezza.

L'udienza si è tenuta al termine di un processo che ha visto la famiglia della vittima costituirsi parte civile, assistita dall'avvocata Cristina Perozzi, e che ha confermato la piena capacità di intendere e di volere dell'imputato, come già accertato da una perizia psichiatrica super partes.

Un delitto maturato in un rancore mai sopito

L'omicidio risale a quella mattina del maggio 2025, quando il giovane – invece di andare a scuola – si è recato in via Verro, nella zona sud di Milano, nello stesso palazzo dove aveva abitato fino a poco tempo prima con la madre. Le telecamere di sorveglianza lo hanno immortalato mentre, dopo essersi appostato nei pressi dell'ingresso, attendeva il rientro dell'anziana, che si era allontanata per alcune commissioni.

Una volta che la donna è rincasata, intorno a mezzogiorno, il ragazzo si è fatto aprire la porta con un pretesto e l'ha aggredita all'interno dell'appartamento: l'ha strangolata e, nel corso della colluttazione, l'ha colpita con una lampada. Subito dopo il delitto, il quindicenne è tornato a casa e ha confessato tutto alla madre, la quale non ha esitato a mettersi in contatto con le forze dell'ordine per farlo arrestare.

Ciò che ha sconvolto gli inquirenti, e che è emerso con chiarezza nel corso delle indagini, è la natura del movente. All'origine del gesto non c'era un litigio improvviso o una circostanza eccezionale, bensì un "rancore" – ritenuto ingiustificato dagli investigatori – che il ragazzo coltivava da tempo nei confronti della donna. Un risentimento nato da un episodio del passato, quando la pensionata si sarebbe rifiutata di ospitarlo o di prestargli il telefono per ricaricarlo, in seguito a un litigio con la madre.

"Quel giorno non mi aveva aiutato", avrebbe dichiarato il minorenne, indicando quel rifiuto come la scintilla di una vendetta che ha portato a un epilogo tragico e sproporzionato.

Le aggravanti e l'esclusione della premeditazione

Nel corso del procedimento, la Procura per i minorenni, diretta da Luca Villa, aveva contestato al giovane l'omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dai futili motivi e dall'aver approfittato delle condizioni di debolezza della vittima, la cui età avanzata ne aveva certamente ostacolato la difesa.

L'accusa, inoltre, aveva sottolineato come l'aggressore si fosse introdotto nel condominio utilizzando il codice segreto di accesso, si fosse appostato sul pianerottolo e avesse atteso il ritorno di Terry per ore, elementi che avrebbero potuto configurare un disegno criminoso studiato nei dettagli. Ciononostante, il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale per i minorenni ha scelto di escludere l'aggravante della premeditazione, riconoscendo invece le attenuanti generiche come equivalenti alle altre aggravanti contestate.

Per quanto concerne l'accusa di violazione di domicilio, relativa all'ingresso nell'abitazione della vittima, il Tribunale ha dichiarato il "non doversi procedere" a causa della mancanza della querela, che non era stata presentata dalla famiglia. Il rito abbreviato, che prevede uno sconto di pena di un terzo, ha contribuito a determinare la misura finale di 16 anni, una decisione che ha suscitato un'ondata di amarezza e rabbia tra i familiari della vittima, i quali avevano riposto nella sentenza l'aspettativa di una giustizia più severa.

"Le vittime sono abbandonate": lo sfogo della figlia

La lettura del dispositivo ha lasciato un segno profondo nei parenti di Teresa Meneghetti, presenti in aula per ascoltare il verdetto. La figlia, Silvia Bindella, che al collo indossava una catenina con l'immagine della madre mentre alcuni sostenitori sfoggiavano magliette con la scritta "Giustizia per Terry", ha duramente contestato la decisione del giudice, definendola inadeguata rispetto alla gravità del delitto.

"Questa non è giustizia; per l'ennesima volta le vittime sono abbandonate", ha dichiarato la donna, visibilmente scossa, lasciando intendere che la pena inflitta non rispecchi la sofferenza patita dalla famiglia. La figlia ha poi ribadito il profondo senso di solitudine che ha accompagnato il suo nucleo familiare nel percorso giudiziario, sottolineando come, a parte l'intervento di alcuni agenti di polizia, non abbiano ricevuto alcun supporto psicologico o assistenza concreta.

L'avvocata Cristina Perozzi, che ha assistito i figli della vittima, ha commentato la sentenza sottolineando come, sebbene la condanna rappresenti un riconoscimento formale della colpevolezza, essa non restituisca ciò che è stato tolto e non colmi il vuoto lasciato dalla scomparsa di Terry. La legale ha aggiunto che la memoria della donna resta cristallizzata in questa pronuncia, la quale servirà ai familiari per continuare a reclamare un approccio diverso verso chi subisce un crimine, spesso relegato ai margini del processo penale.

Le parole della famiglia e le conseguenze di un gesto estremo

Il clamore suscitato da questa vicenda aveva già travalicato i confini dell'aula giudiziaria nei mesi precedenti, in particolare in occasione dei funerali della pensionata, quando la figlia aveva lanciato un appello accorato affinché le pene per i minorenni fossero rese più severe. In quella circostanza, Silvia Bindella aveva dichiarato: "I tredicenni di adesso sanno che possono fare ciò che vogliono perché sono intoccabili", chiedendo a gran voce un cambiamento delle leggi che equiparasse il trattamento sanzionatorio per i minori a quello degli adulti.

Quel grido di dolore, che aveva scosso l'opinione pubblica, si ripropone oggi con la stessa intensità di fronte a una condanna giudicata "mite" dalla famiglia.

La morte di Teresa Meneghetti ha avuto conseguenze devastanti non solo per i suoi figli, ma per l'intero nucleo familiare, tanto che il compagno della donna, distrutto dal dolore, si è tolto la vita dopo l'omicidio. Un peso che la figlia ha definito "un ergastolo", sottolineando come la loro esistenza sia stata stravolta da un atto di violenza inaudito, per il quale la giustizia, a suo avviso, non ha ancora offerto una risposta adeguata.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.