La sonda Nasa ha modificato (per caso) l’orbita di un asteroide attorno al Sole
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Scienza e Tecnologia
-
Sembrava un esperimento riuscito, e invece no, era qualcosa di più. Nel settembre del 2022, quando la missione DART della Nasa si è schiantata volontariamente contro Dimorphos, il piccolo satellite dell’asteroide Didymos, l’obiettivo dichiarato era uno solo: testare la possibilità di deviare un oggetto celeste in rotta di collisione con la Terra. E i primi dati, va detto, avevano già entusiasmato gli scienziati, perché l’impatto aveva accorciato l’orbita del piccolo Corpo roccioso attorno al suo compagno più grande di circa mezz’ora. Ma ciò che nessuno si aspettava, e che emerge oggi da uno studio pubblicato su Science Advances, è che quel pugno cosmico non ha scosso soltanto il sistema binario, ma ha finito per spostare leggermente l’intera coppia di asteroidi nella loro danza intorno al Sole. Per la prima volta, insomma, un manufatto umano ha alterato in modo misurabile il percorso di un corpo celeste nella sua orbita eliocentrica.
La dinamica, per certi versi, è controintuitiva, ma una volta compreso il meccanismo appare persino logica. Didymos e Dimorphos, legati dalla reciproca gravità, condividono un centro di massa comune attorno al quale ruotano; se si dà un colpo secco a uno dei due, l’altro, inevitabilmente, lo sente. Quando la sonda DART — un progetto da 330 milioni di dollari gestito dal Johns Hopkins Applied Physics Laboratory — ha centrato Dimorphos a una velocità di circa 6,6 chilometri al secondo, non si è limitata a trasferire la propria quantità di moto. L’impatto ha infatti sollevato un’enorme nube di detriti, un vero e proprio sciame di rocce e polveri che, allontanandosi dal sistema, ha portato via con sé una parte del momento angolare. Questo fenomeno, che gli scienziati chiamano "fattore di amplificazione della quantità di moto", ha di fatto raddoppiato la spinta impressa dalla sonda, come se il colpo fosse stato due volte più potente. Parte di quel materiale, quello espulso con maggiore violenza, è sfuggito per sempre all’attrazione del sistema binario, e quella fuga ha generato una minuscola reazione, una spinta infinitesimale ma reale sull’intera coppia di asteroidi.
Misurare un effetto del genere, come è facile intuire, non è stato semplice, e ha richiesto un lavoro certosino durato anni. Il gruppo di ricerca guidato da Rahil Makadia, dell’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign, e da Steve Chesley, del Jet Propulsion Laboratory della Nasa, ha dovuto inseguire l’ombra degli asteroidi. La tecnica utilizzata è quella delle occultazioni stellari: quando un asteroide passa esattamente davanti a una stella, per una frazione di secondo la sua luce viene oscurata. Osservando quei brevi lampeggi da punti diversi del pianeta, è possibile ricavare con precisione la posizione, la velocità e persino la forma dell’oggetto. Il problema è che per assistere a questi eventi bisogna trovarsi nel posto giusto al momento giusto, spesso in località remote e sperdute. Ecco allora che la Nasa ha potuto contare su una rete di astronomi dilettanti sparsi per il globo, volontari che tra l’ottobre del 2022 e il marzo del 2025 hanno registrato ventidue occultazioni, a volte viaggiando per giorni nel deserto australiano pur di piazzare i loro telescopi sotto la striscia d’ombra proiettata da Didymos. Senza il loro contributo, spiegano gli autori, nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile.
Una variazione di 0,15 secondi che potrebbe fare la differenza
Il dato emerso dalle osservazioni è apparentemente minimo, quasi irrilevante se lo si guarda con gli occhi del profano: il periodo orbitale del sistema binario attorno al Sole, che è di circa 770 giorni, è diminuito di 0,15 secondi. Una briciola. Ma quella briciola, tradotta in termini di velocità, significa che Didymos e Dimorphos si muovono ora più lentamente di 11,7 micron al secondo, una variazione che nell’arco di un’ora equivale a poco più di quattro centimetri. “Con il tempo”, ha spiegato lo stesso Makadia, “un cambiamento così piccolo nel moto di un asteroide può fare la differenza tra un oggetto pericoloso che colpisce il nostro pianeta o che lo manca”. È il principio su cui si basa l’intera strategia della difesa planetaria: se si individua un asteroide in rotta di collisione con anni, se non decenni, di anticipo, una spinta minima ma ben calibrata potrebbe essere sufficiente a farlo transitare in un punto diverso dello spazio, evitando l’impatto.
I dati raccolti, inoltre, hanno permesso di affinare le conoscenze sulla natura fisica dei due corpi. Le misurazioni orbitali, combinate con le osservazioni radar e con le occultazioni, hanno restituito una stima precisa delle loro densità. Didymos, il più grande con i suoi 800 metri di diametro, risulta compatto, mentre Dimorphos, largo circa 170 metri, si conferma essere un "rubble pile", un cumulo di detriti tenuti insieme dalla gravità, meno denso di quanto si pensasse. Una scoperta che avvalora l’ipotesi secondo cui la piccola luna si sarebbe formata per aggregazione lenta del materiale espulso nel tempo dal principale a causa della sua rotazione. L’esperimento DART, dunque, non è servito solo a testare una tecnica di difesa, ma ha fornito agli scienziati una quantità di informazioni preziose sulla struttura e l’evoluzione di questi piccoli mondi primordiali. La strada, per chi immagina scenari apocalittici alla Armageddon, è ancora lunga, ma il primo passo — un passo di 0,15 secondi nell’orbita del Sole — è stato compiuto.




