Hegseth rimuove il capo di Stato maggiore dell’esercito Usa: a Randy George chiesto il ritiro immediato
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Redazione Esteri
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Il segretario della Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth – uomo di provata fiducia del presidente Trump, tornato alla Casa Bianca e ora alla guida del Pentagono – ha formalmente richiesto le dimissioni e il contestuale ritiro dal servizio del generale Randy George, l’attuale capo di Stato Maggiore dell’Esercito. La notizia, inizialmente anticipata da CBS News e The Hill, ha trovato rapida conferma da fonti interne al Dipartimento della Difesa, dove si registra un’accelerazione inattesa nei cambi ai vertici militari. A rompere il silenzio è stato Sean Parnell, portavoce capo del Dipartimento della Difesa, il quale ha annunciato che George “si dimetterà dalla carica di 41° Capo di Stato Maggiore dell’Esercito con effetto immediato”. Nessuna motivazione ufficiale è stata fornita a corredo di questa decisione, che arriva mentre gli Stati Uniti sono impegnati su più fronti, incluso il conflitto contro l’Iran.
Una richiesta senza preavviso che scuote i vertici militari
La richiesta di Hegseth – che secondo quanto trapela da ambienti del Pentagoro intende affidare il ruolo a una persona vicina alla visione strategica di Trump – ha colto di sorpresa molti osservatori, abituati a tempi più lunghi nei passaggi di consegna ai massimi livelli della gerarchia uniformata. Il generale Randy George, figura rispettata all’interno dell’esercito per la sua lunga carriera operativa, si è visto notificare l’ordine di abbandonare immediatamente l’incarico, senza che gli venisse concessa la possibilità di un’uscita graduale o di un pensionamento programmato. Parnell, nel suo breve intervento, non ha voluto aggiungere particolari né sulle cause del provvedimento né sulle eventuali sostituzioni, limitandosi a ribadire l’immediatezza del ritiro. Gli addetti ai lavori notano come questo sia l’ennesimo segnale di una stagione di “pulizie” nei ruoli chiave dell’amministrazione, dopo che lo stesso Trump aveva già allontanato la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem e, più di recente, la procuratrice generale Pam Bondi.
Il contesto delle rimozioni a catena nei dipartimenti federali
Non si tratta, insomma, di un episodio isolato. Giovedì scorso, per esempio, era toccato a Pam Bondi – la quale ricopriva l’incarico di procuratrice generale e segretaria della Giustizia – lasciare il proprio posto su richiesta della Casa Bianca. E prima ancora, Kristi Noem era stata sollevata dalla guida del Dipartimento per la Sicurezza Interna. In questo quadro, la mossa di Hegseth appare coerente con una linea che punta a sostituire figure ritenute non allineate con la nuova amministrazione, anche quando si tratta, come nel caso di George, della massima autorità militare dell’Esercito degli Stati Uniti. Il portavoce Parnell, del resto, ha parlato apertamente di “dimissioni” ma senza usare il condizionale: la decisione, di fatto, è stata imposta. George, che pure aveva guidato l’Esercito attraverso fasi complesse di riorganizzazione, si è trovato davanti a un bivio senza alternative.
Il silenzio del Pentagono e le reazioni interne al A rendere più opaca la vicenda è l’assenza di qualsiasi comunicato ufficiale che spieghi le ragioni tecniche o disciplinari alla base dell’allontanamento. Secondo alcune fonti informali, citate dai media statunitensi, Hegseth considerava George un “intralcio” ai propri piani di sviluppo e modernizzazione dell’esercito – un’accusa grave, se confermata, perché metterebbe in discussione la lealtà o l’efficienza del più alto ufficiale in divisa. Tuttavia, non essendo state rese pubbliche relazioni o valutazioni interne, ogni ipotesi resta allo stato di indiscrezione. Quel che è certo è che il generale Randy George ha dovuto fare le valigie con effetto immediato, lasciando vacante un posto che tradizionalmente garantisce una certa continuità ai vertici, specialmente in momenti di tensione internazionale come quello attuale. La notizia, già rimbalzata sui principali organi di stampa, continuerà a tenere banco nei prossimi giorni, in attesa di capire chi prenderà il suo posto e con quali poteri.




