Il generale Randy George costretto alle dimissioni, Hegseth impone una nuova linea ai vertici militari
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Redazione Esteri
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Nella serata di giovedì, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha formalmente chiesto al generale Randy George, capo di Stato Maggiore dell’esercito, di rassegnare le proprie dimissioni e di ritirarsi immediatamente dal servizio attivo. Pur non trattandosi, almeno sulla carta, di una rimozione diretta voluta dal presidente Trump – che resta la più alta autorità in materia – l’episodio si inserisce a pieno Titolo nella più ampia riorganizzazione dei vertici militari concordata con l’attuale amministrazione. Hegseth, da tempo critico verso certi ambienti del Pentagono, intende affidare il ruolo a una figura che consideri più allineata alla visione trumpiana per le Forze Armate: una scelta, quest’ultima, che non sorprende chi segue da anni le dinamiche interne al Dipartimento della Difesa.
Un siluro nel pieno della guerra in Iran, il generale aveva ancora un anno di mandato
Il generale George, sessantunenne veterano delle campagne in Afghanistan e Iraq, era stato nominato durante l’amministrazione Biden e gli restava circa un anno prima della scadenza naturale del proprio incarico. La sua uscita anticipata – avvenuta mentre Stati Uniti e Israele sono impegnati sul fronte iraniano – ha dell’eccezionale, se si considera la delicatezza del momento strategico. Secondo quanto riportato dal Washington Post e dalla CBS, non sarebbe l’unico a essere stato destituito: sarebbero stati infatti allontanati anche il generale David Hodne, responsabile del Comando per la trasformazione e l’addestramento dell’esercito, e William Green Jr, a capo del dei cappellani militari. Tre rimozioni, queste, che Hegseth ha giustificato con la necessità di rinnovare la catena di comando.
Le purghe di Hegseth e l’obiettivo di un esercito più omogeneo ideologicamente
Non è la prima volta che il capo del Pentagono procede a epurazioni ai piani alti della gerarchia militare. Nei primi due anni di mandato, si erano già contate decine di licenziamenti tra funzionari della Difesa, con l’obiettivo dichiarato – anche se raramente formalizzato in documenti ufficiali – di orientare le Forze Armate verso una linea più conservatrice. Il caso del generale George, massima autorità militare del paese, rappresenta tuttavia un punto di svolta: colpire chi siede al vertice dell’Esercito significa inviare un segnale preciso a tutti gli ufficiali di alto rango. Hegseth, d’altronde, non ha mai nascosto la propria insofferenza verso quelli che definiva “generali politicamente corretti”, e la sua azione appare ora metodica e spietata.
La sostituzione con un fedelissimo, Christopher LaNeve, e il caos ai vertici
Al posto di Randy George è stato chiamato Christopher LaNeve, ufficiale considerato un fedelissimo del ministro della Difesa. Una scelta, quella di LaNeve, che non altera soltanto gli equilibri interni allo Stato Maggiore, ma che rischia di aprire una voragine nella già precaria gestione del conflitto in corso. Le destituzioni – avvenute nella notte del 2 aprile, secondo le prime ricostruzioni – hanno gettato nello sconcerto una parte del Pentagono, abituata a una maggiore continuità ai vertici in tempo di guerra. Hegseth, dal canto suo, non ha offerto particolari dettagli sulle motivazioni specifiche che hanno portato all’allontanamento di George, limitandosi a sottolineare la necessità di “una nuova fiducia” nella catena di comando. Le conseguenze operative di questo rimpasto, per ora, restano tutte da verificare sul campo.




