La prova di forza di Kim, lanciati 10 missili durante le esercitazioni del Sud con gli Usa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione che periodicamente torna a increspare la superficie del mare Orientale, quello che per i giapponesi è invece il Mare del Giappone, si è trasformata in una nuova, inequivocabile prova di forza. Sabato scorso, mentre le esercitazioni congiunte tra Seul e Washington entravano nel vivo della loro fase operativa, la Corea del Nord ha lanciato una salva di circa dieci missili balistici. Il lancio, avvenuto intorno alle 13:20 ora locale dalla zona di Sunan, che si trova nelle vicinanze di Pyongyang, è stato immediatamente rilevato dallo stato maggiore congiunto sudcoreano, il quale ha prontamente allertato i propri alleati, condividendo le prime informazioni con le controparti statunitense e giapponese. Il gesto, nella sua plateale provocazione, rappresenta una risposta secca e militare a quelle che Pyongyang definisce invariabilmente delle prove generali di invasione, e arriva dopo le minacce verbali, quelle che nei giorni scorsi erano state pronunciate dalla sorella del leader Kim Jong-un, la potente Kim Yo-jong.

Una risposta alle manovre Freedom Shield

Il contesto in cui si inserisce l’azione bellica nordcoreana è quello delle manovre annuali note come "Freedom Shield", esercitazioni che gli alleati hanno avviato lunedì e che proseguiranno per undici giorni. Nonostante Seul e Washington tengano a sottolineare, come fanno ormai da decenni, il carattere puramente difensivo di queste simulazioni, per il regime di Kim rappresentano una minaccia diretta alla propria sicurezza. Ed è proprio in risposta a questa minaccia, percepita o reale che sia, che vanno lette le circa dieci testate balistiche lanciate in direzione del mare, un’azione che i militari sudcoreani hanno definito come una chiara esibizione di forza. La scelta di sparare una salva multipla, e non un singolo missile, sottolinea del resto la volontà di Pyongyang di inviare un messaggio che non possa essere frainteso né ignorato da parte degli avversari.

Le parole di avvertimento di Kim Yo-jong

Nei giorni che hanno preceduto il lancio, del resto, la retorica del regime si era fatta via via più minacciosa, quasi a preparare il terreno per un’iniziativa militare di questa portata. Kim Yo-jong, che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più centrale nella macchina propagandistica e decisionale del paese, aveva parlato esplicitamente di "conseguenze terribili e inimmaginabili" qualora le esercitazioni congiunte non fossero cessate. Parole che, alla luce dei fatti di sabato, assumono il sapore di un vero e proprio ultimatum, sebbene il lancio di domenica non sia stato il primo gesto di sfida: solo pochi giorni prima, infatti, lo stesso Kim Jong-un aveva supervisionato il test di missili da crociera strategici, quelli lanciati dal cacciatorpediniere Choe Hyon, a ulteriore dimostrazione di una macchina bellica in costante, preoccupante aggiornamento.

Dettagli tecnici e reazioni internazionali

I dieci ordigni, secondo le prime ricostruzioni degli esperti e le rilevazioni dei radar sudcoreani, hanno volato per circa trecentocinquanta chilometri prima di cadere in mare, al di fuori della zona economica esclusiva del Giappone. Un dettaglio, quest'ultimo, che il ministro della Difesa nipponico, Shinjiro Koizumi, ha tenuto a precisare durante un evento pubblico all'Accademia Nazionale di Difesa di Yokosuka, cercando probabilmente di contenere l'allarme sociale che simili notizie inevitabilmente generano nella popolazione. Le autorità di Seul, dal canto loro, hanno fatto sapere che proseguono le analisi per determinare la tipologia precisa dei proiettili utilizzati, anche se l'ipotesi più accreditata, considerando la provenienza e la gittata, è che si tratti di missili balistici a corto raggio.

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