La figlia di Kim con lo stesso giacchetto di pelle nera: un codice dinastico letto dagli 007 di Seul
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Redazione Esteri
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La parata militare notturna che mercoledì ha solcato piazza Kim Il-sung a Pyongyang, evento organizzato per celebrare la chiusura del Nono Congresso del Partito dei Lavoratori, ha offerto agli analisti internazionali e ai servizi d’intelligence sudcoreani un fotogramma destinato a fare il giro del mondo e a riaccendere, semmai ce ne fosse bisogno, le speculazioni sull’asse ereditario della dinastia più longeva e impenetrabile della Terra di Mezzo. Al fianco del leader Kim Jong-un, infatti, c’era lei, la figlia Ju-ae, l’adolescente che i media di stato ormai non nascondono più, anzi, posizionano al centro dell’inquadratura con una cura registica che non lascia nulla al caso. E se la presenza della ragazzina, che gli esperti ritengono abbia circa tredici anni, non è di per sé una novità assoluta — la sua prima apparizione pubblica risale al novembre del 2022, quando assistette al lancio di un missile intercontinentale — a colpire l’occhio dei fotoreporter e, di riflesso, quello degli 007 sudcoreani, è stato il dettaglio del suo abbigliamento: un giacchetto di pelle nera, dal taglio severo e militarizzato, che riproduceva in maniera quasi fedele quello indossato dal padre, il Rispettato Maresciallo della Repubblica Popolare Democratica di Corea.
Non si tratta, è bene intenderlo subito, di una semplice coincidenza sartoriale né di un vezzo dettato dalle rigide temperature notturne della capitale nordcoreana. Nella comunicazione politica di Pyongyang, dove ogni gesto pubblico è meticolosamente orchestrato e dove le immagini diffuse dall’agenzia ufficiale KCNA seguono una grammatica visiva rigidissima, l’abbigliamento diventa un messaggio cifrato, un codice che gli addetti ai lavori imparano a decifrare con la stessa precisione con cui si analizza un documento desecretato. Indossare quel cappotto di pelle, che per Kim Jong-un rappresenta ormai una sorta di uniforme non dichiarata, un habitus che lo accompagna nelle ispezioni alle basi missilistiche e nei momenti di maggiore tensione con Seul e Washington, significa per la giovane Ju-ae assumere su di sé una parte dell’eredità simbolica del padre. Significa, in altre parole, essere proiettata in una dimensione che va oltre quella di semplice figlia del leader per avvicinarsi pericolosamente al ruolo di co-protagonista della scena politica.
L’intelligence sudcoreana, il National Intelligence Service (NIS), aveva del resto già preparato il terreno a questa lettura. Solo poche settimane prima, nel corso di un’informativa riservata ai parlamentari di Seul, i vertici dello spionaggio avevano aggiornato la loro valutazione sullo status di Ju-ae, passando dalla definizione di “probabile erede in formazione” a quella, ben più netta, di “fase di designazione a successore”. Una sfumatura linguistica che, nel gergo degli analisti, pesa come un macigno e che trovava proprio nella parata del Congresso la sua prima, plastica, conferma visiva. La ragazzina, infatti, non si è limitata a presenziare sfilando al fianco del genitore; in alcune delle fotografie diffuse dalla stampa di regime, la si vede occupare una posizione centrale sulle scalinate della tribuna, mentre Kim Jong-un si sposta leggermente di lato, quasi a volerle cedere simbolicamente lo spazio. Un’immagine, questa, che rompe con i canoni della rigida gerarchia confuciana su cui si regge la società nordcoreana e che suggerisce una investitura in piena regola, per quanto ancora priva di ufficialità e di titoli formali.
Se da un lato la messa in scena dinastica rubava la scena, dall’altro il Congresso del Partito e la parata militare offrivano spunti di riflessione anche sul versante più squisitamente strategico e militare. Colpiva, e non poco, l’assenza dai monitor di qualsiasi novità rilevante in termini di armamenti strategici. Niente Hwasong, i missili balistici intercontinentali capaci di raggiungere il territorio statunitense, e niente nuovi lanciatori, quasi che la Corea del Nord avesse deciso di abbassare per una notte il livello della provocazione nei confronti di Washington. Una scelta, questa, che gli analisti hanno interpretato come un segnale politico calcolato, forse una porta lasciata socchiusa in vista di un possibile (seppur improbabile) rilancio del dialogo con l’amministrazione Trump, oppure come la semplice conseguenza del fatto che le ultime parate avevano già svelato gran parte dei nuovi giocattoli bellici a disposizione di Pyongyang. La minaccia, però, era affidata alle parole più che ai carri armati: Kim Jong-un, dal podio, ha ribadito la volontà di potenziare senza sosta l’arsenale nucleare, minacciando attacchi di rappresaglia “terribili” contro chiunque osi minacciare la sicurezza del paese, e liquidando la Corea del Sud con l’espressione “nemico principale e immutabile”, escludendo definitivamente qualsiasi possibilità di dialogo futuro con Seul.




