Kim Jong Un e la figlia con la giacca di pelle nera: quella parata che ricorda Matrix e rilancia il mistero dell'erede

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’immagine, volutamente studiata in ogni minimo dettaglio dai cerimonieri di Pyongyang, ritrae un padre e una figlia affiancati, quasi speculari nei loro giacconi di pelle nera e negli occhiali scuri. Un look che, nella sua estetica volutamente severa e cinematografica, ha evocato in più di un osservatore le atmosfere distopiche della trilogia di Matrix, ma che per i sudcoreani, e per i servizi di intelligence di Seoul in particolare, rappresenta invece l’ennesima, inequivocabile tessera di un mosaico dinastico che si va componendo ormai da mesi. Kim Jong Un, leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea, ha scelto di ripresentarsi alle telecamere ufficiali durante una delle celebrazioni più sentite dal regime, l’anniversario della fondazione dell’Esercito, accompagnato da colei che, secondo tutte le valutazioni dell’intelligence del Sud, è destinata a raccoglierne un giorno l’eredità: la figlia, il cui nome, Kim Ju Ae, è stato nel frattempo confermato e non è più un segreto per gli analisti.

L’ascesa di Ju Ae e la comunicazione visiva del potere

Sono passati poco meno di quattro anni dalla sua prima uscita ufficiale, quando il mondo vide per la prima volta una ragazzina al fianco del leader, e quell’apparizione servì sostanzialmente a certificare una paternità che fino a quel momento era rimasta avvolta nel più totale riserbo. Oggi, quella stessa ragazzina, che gli esperti sudcoreani ritengono essere entrata nella fase dell'adolescenza, probabilmente intorno ai tredici anni, è tornata a calamitare l'attenzione dei flash, ma in un ruolo profondamente diverso, molto più centrale e partecipe. Le fotografie diffuse dai media di Stato, infatti, non la ritraggono più come una semplice spettatrice, bensì come una figura paritaria, posizionata alla destra del padre mentre entrambi assistono allo schieramento della potenza militare nordcoreana. Un posizionamento che, nel rigido protocollo della corte di Pyongyang, è tutto fuorché casuale, e che anzi veicola un messaggio preciso ai quadri del Partito dei Lavoratori e alla popolazione tutta. La giacca di pelle, d'altronde, è un indumento fortemente simbolico nell'armamentario iconografico di Kim Jong Un, capo supremo delle forze armate, e vestirne la figlia con lo stesso capo significa di fatto investirla di un'autorità che trascende la semplice sfera familiare.

L’analisi dei servizi di Seoul: dalla formazione alla designazione

Questa messa in scena del potere, per quanto curata nei minimi particolari dal dipartimento di propaganda, non ha fatto altro che corroborare le valutazioni già espresse all'inizio del mese dal Servizio di intelligence nazionale della Corea del Sud. Nel corso di un briefing a porte chiuse dinanzi ai legislatori di Seoul, gli analisti del Nis hanno infatti rivisto al rialzo il loro giudizio sul ruolo della giovanissima Ju Ae, passando dalla generica definizione di "fase di addestramento" a quella, ben più pregnante, di "fase di designazione a successore". Un salto di qualità lessicale non da poco, che implica come il padre abbia ormai compiuto una scelta chiara e come la macchina del regime si stia già muovendo per preparare il terreno a quella che sarebbe una storica quarta generazione della dinastia Kim. Gli stessi legislatori sudcoreani, come Lee Seong-kweun, hanno riferito che gli 007 tengono costantemente monitorata non solo la frequenza delle apparizioni pubbliche della ragazza, ma anche il trattamento protocollare che le viene riservato, segno che la sua importanza all'interno della gerarchia non scritta dello Stato è in costante ascesa. Si mormora, inoltre, che durante alcune ispezioni in siti strategici, Ju Ae abbia avuto modo di esprimere opinioni personali su questioni inerenti le politiche statali, un dettaglio che, se confermato, la proietterebbe in una dimensione operativa e non più soltanto rappresentativa.

L’assenza al congresso e la promozione della zia Yo Jong

Eppure, come in ogni giallo che si rispetti, non possono mancare i colpi di scena e le zone d'ombra. La recente assenza di Kim Ju Ae dal nono congresso del Partito dei Lavoratori, l'appuntamento quinquennale che a Pyongyang fissa le linee guida per l'economia e la difesa, ha sollevpiù di un interrogativo tra gli osservatori internazionali. In molti, dopo il rapporto del Nis, davano per scontata una sua partecipazione attiva ai lavori dell'assise, magari con un ruolo formale o persino con una nomina a qualche carica minore. Così non è stato, almeno per ora, e questo silenzio mediatico – se si esclude la successiva parata – alimenta inevitabilmente il mistero sulla sua esatta collocazione nell'architettura del potere. Di certo, chi invece ha visto ufficialmente riconosciuti i propri sforzi e la propria lealtà è stata un'altra figura chiave del clan: Kim Yo Jong, la potente sorella del leader. Durante il medesimo congresso, la cosiddetta "dolce principessa", da tempo considerata la consigliera più fidata e una delle poche persone in grado di accedere al leader senza filtri, è stata promossa a direttrice di dipartimento del Comitato Centrale. Una nomina, quella di Yo Jong, che ne consolida il ruolo di numero due o quantomeno di eminenza grigia del regime, e che rende ancora più intrigante il rapporto con la nipote, in una corte dove gli equilibri familiari sono spesso più importanti di quelli formali. La parabola di Kim Jong Un, da leader isolato a protagonista indiscusso della scena, passa anche attraverso queste mosse, in una continua alternanza tra apparizioni pubblicitarie e silenzi strategici.

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