Il Servizio di Seul rivede la valutazione su Kim Ju Ae: dalla fase di formazione a quella di erede designata per il congresso di Pyongyang
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Redazione Esteri
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Il Servizio nazionale d’intelligence sudcoreano, nel corso di un’audizione a porte chiuse dinanzi alla commissione parlamentare competente, ha modificato sensibilmente il proprio lessico analitico riguardo alla posizione ricoperta da Kim Ju Ae, figlia adolescente del leader nordcoreano, all’interno della gerarchia dinastica del regime di Pyongyang. I deputati Park Sun-won e Lee Seong-kweun, presenti al briefing, hanno riferito alla stampa – e il resoconto è stato prontamente diffuso dall’agenzia Yonhap – che gli analisti dell’intelligence non si limitano più a descrivere la tredicenne come una figura in addestramento o in attesa di una collocazione istituzionale, ma ne certificano l’ingresso in quella che è stata definita la fase di successore designato -1-2-10. Tale riclassificazione, lungi dal rappresentare un mero aggiornamento terminologico, costituisce il precipitato di un’osservazione sistematica dei comportamenti pubblici e dei rituali di regime messi in scena dalla propaganda di Stato nordcoreana, la quale, dal novembre del 2022 – quando le prime immagini della bambina accanto al padre durante il lancio di un missile balistico intercontinentale fecero il giro del mondo – ha progressivamente normalizzato e intensificato la presenza di Kim Ju Ae in contesti di altissimo valore simbolico -3-8.
Il crinale semantico dell’intelligence e il valore della visita al mausoleo di Kumsusan
L’elemento che pare aver determinato il salto di qualità nella valutazione del Nis risiede nell’interpretazione di un gesto apparentemente rituale ma, nel contesto della cultura politica nordcoreana, gravido di implicazioni dinastiche: la partecipazione di Kim Ju Ae, accanto ai genitori, alla visita di Capodanno al Palazzo del Sole di Kumsusan. Non si è trattato, secondo la ricostruzione fornita dai parlamentari sudcoreani, di una semplice presenza accessoria; la ricorrenza, caduta dopo tre anni di assenza del leader dall’iconico mausoleo che custodisce le spoglie imbalsamate di Kim Il-sung e Kim Jong-il, ha assunto i contorni di una presentazione formale della giovane erede dinanzi al fondatore e al padre-padrone della seconda generazione, una sorta di legittimazione a posteriori richiesta al sangue e alla memoria dei predecessori -3-5-8. È proprio questo scarto – il passaggio dalla comparsa in eventi militari o inaugurazioni di fabbriche, pur rilevanti, alla partecipazione a un rito sacro e strettamente familiare – che ha indotto il Nis a ritenere esaurita la fase preparatoria e avviato il processo formale di designazione.
L’eccezione patriarcale e il precedente silente di Kim Yo Jong
Se l’ascesa di una giovanissima donna al vertice di una delle dittature più militarizzate e culturalmente conservative del pianeta appare, a un primo esame, contraddittoria rispetto ai codici confuciani e patriarcali su cui il regime di Pyongyang ha edificato la propria narrazione identitaria, gli analisti del NIS hanno tuttavia dovuto prendere atto di un mutamento di paradigma nella comunicazione strategica di Kim Jong Un. I deputati hanno infatti riferito che la figlia del leader non si limita a comparire nelle fotografie ufficiali accanto al padre – talvolta, dettaglio non trascurabile, camminandogli a fianco e non dietro, infrangendo un rigoroso protocollo visivo – ma che sarebbero stati rilevati, secondo quanto dichiarato da Park Sun-won, segnali di una sua partecipazione, seppur embrionale, alla formulazione di opinioni su determinate politiche di Stato, nonché un trattamento cerimoniale equiparabile a quello di una seconda leader di fatto -4-6-7. Tuttavia, l’eccezionalità della scelta, in un contesto che prevederebbe – secondo le stime della stessa intelligence di Seul – l’esistenza di un figlio maschio primogenito mai ufficialmente riconosciuto dai media nordcoreani, trova un parziale precedente nella parabola di Kim Yo Jong. La sorella del leader, infatti, pur non essendo mai stata formalmente investita del ruolo di erede, ha progressivamente consolidato una posizione di influenza all’interno del comitato centrale del Partito dei Lavoratori, dimostrando come il tetto di cristallo dinastico, per le donne della famiglia Kim, possa in realtà essere infranto quando funzionale alla perpetuazione del lignaggio -4-6.
Il congresso di fine febbraio come palcoscenico della quarta generazione
L’attenzione dei servizi sudcoreani, e con essi quella degli osservatori internazionali, si concentra ora sull’imminente nono congresso del Partito dei Lavoratori, la massima assemblea politica quinquennale del regime, la cui convocazione a Pyongyang è attesa per la fine del mese di febbraio. Non si tratta, come è stato chiarito nel corso dell’audizione parlamentare, di un appuntamento meramente burocratico o celebrativo: è in quella sede che Kim Jong Un dovrebbe delineare le priorità strategiche per il prossimo quinquennio in materia di politica estera, sviluppo nucleare e pianificazione militare, ma è soprattutto il contesto in cui, storicamente, si sono consumati i passaggi di testimone generazionali -3-10. Il Nis, nelle valutazioni condivise con i parlamentari, ha esplicitamente indicato che monitorerà con la massima attenzione tre variabili specifiche nel corso dei lavori del congresso: la presenza o l’assenza di Kim Ju Ae nell’inquadratura ufficiale degli scranni; il livello del protocollo cerimoniale a lei riservato, inclusa l’eventuale collocazione fisica rispetto al padre e agli alti dignitari del partito; e, dettaglio tutt’altro che secondario, l’utilizzo o meno del suo nome proprio – mai ufficialmente pubblicato dai media statali, che si limitano a perifrasi quali rispettata o amata figlia – all’interno dei documenti congressuali o dei discorsi inaugurali -2-10.
Il paradosso della precocità e l’assenza di conferme formali
Resta, nondimeno, un elemento di marcata dissonanza che gli stessi analisti dell’intelligence sudcoreana non hanno mancato di registrare nei colloqui riservati con i membri della commissione: la discrepanza tra la giovanissima età della presunta erede, nata verosimilmente nel 2013, e la tempistica di una designazione che interviene quando il leader, quarantaduenne e in apparente buona salute, non sembra versare in condizioni di urgenza fisica o politica tale da richiedere una successione immediata -4-6. A ciò si aggiunge l’assoluto silenzio dei canali ufficiali di Pyongyang, i quali, pur moltiplicando le apparizioni pubbliche della ragazza, si astengono dal qualificarla con titoli che ne certifichino giuridicamente il rango all’interno dell’apparato statale o partitico. La designazione, insomma, rimane per ora un costrutto analitico del Nis, un’inferenza costruita sull’accumulo di indizi visivi e di prassi cerimoniali, più che un dato di fatto sancito da un atto formale del Bureau Politico o da una delibera dell’assemblea popolare suprema. È questa assenza di una verbalizzazione ufficiale, paradossalmente, a rendere così significativo lo scrutinio del congresso: si attende, in sostanza, che la parola colmi il vuoto lasciato per mesi dalle immagini.




