I figli di Andrea Purgatori: «Nessuno ci ha mai chiesto scusa. Papà non aveva in programma di morire»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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«Non abbiamo potuto congedarci da nostro padre che, va detto, non aveva in programma di morire».
Con queste parole, che condensano un intero carico di dolore e di rabbia, Edoardo Purgatori ha scelto di raccontare sulle pagine del Corriere della Sera la battaglia legale e umana che lui e i fratelli Ludovico e Victoria stanno conducendo a tre anni dalla scomparsa del padre Andrea, il giornalista e sceneggiatore morto il 19 luglio del 2023 all'età di 70 anni a causa di un'endocardite infettiva non diagnosticata per tempo, una vicenda che ha aperto un profondo fronte giudiziario sulla presunta responsabilità medica nella gestione della sua malattia.
La denuncia dei figli e gli errori nella diagnosi
I tre figli, che oggi lavorano tutti nel mondo del cinema, hanno ripercorso con amarezza le ultime settimane di vita del padre, puntando il dito contro una gestione sanitaria che definiscono gravemente carente. «Riuscimmo ad avere informazioni corrette sulla salute di nostro padre solo poco prima che morisse», ha denunciato Edoardo, spiegando come i medici delle cliniche private di cui Purgatori si fidava, il Pio XI e Villa Margherita, avessero continuato a insistere sulla presenza di metastasi cerebrali nonostante il quadro clinico parlasse invece di ischemie.
«Le cliniche di cui tanto nostro padre si era fidato, dopo aver fatto numerosi errori, hanno provato a defilarsi», ha aggiunto, sottolineando una strategia di allontanamento dalle proprie responsabilità che ha ulteriormente acuito il dolore della famiglia.
A rendere ancora più amaro il quadro, l'assenza di qualsiasi forma di riconoscimento degli errori da parte dei professionisti coinvolti. «Nessuno ci ha mai chiesto scusa assumendosi le sue responsabilità», ha dichiarato Ludovico, che ha comunque voluto esprimere fiducia nel lavoro della magistratura, definendo la sanità pubblica come l'unica via da consigliare, in contrapposizione alle esperienze negative vissute con le strutture private.
La vicenda, che ha già portato al rinvio a giudizio di quattro medici con l'accusa di omicidio colposo, si basa su una perizia medico-legale che parla senza mezzi termini di «una catastrofica sequela di errori ed omissioni» che hanno impedito una cura tempestiva, elementi che hanno convinto la giudice dell'udienza preliminare di Roma a fissare l'inizio del processo per il 12 gennaio del 2027.
Il giornalista e il suo rapporto con il cinema e la verità
Oltre alla cronaca giudiziaria, l'intervista ha restituito un ritratto vivido e a tratti inedito di Andrea Purgatori, un uomo la cui vita è stata interamente plasmata dalla passione per il giornalismo e il cinema, un amore ereditato dal padre Mirko che distribuiva pellicole in un'epoca in cui il «cinematografo» era ancora un'attrazione di massa.
Raccontano i figli di un padre sempre di corsa, con una fretta quasi compulsiva che lo portava a insofferirsi per una telefonata più lunga di ventinove secondi, un'irrequietezza dettata dal costante bisogno di stare a contatto con la gente, di avere il polso del mondo, una spinta che ha caratterizzato l'intera sua carriera da inviato e cronista.
Edoardo ha raccontato il momento in cui, da adolescente, comprese veramente la portata dell'impegno del padre sulla strage di Ustica, quando andò al cinema a vedere "Il muro di gomma", il film di Marco Risi di cui Purgatori firmò la sceneggiatura, comprendendo attraverso quelle immagini la tenacia e il carattere del genitore.
Un legame, quello con l'inchiesta sul Dc9 abbattuto nei cieli del Mediterraneo, che è rimasto vivo fino alla fine: Ludovico ha infatti svelato che l'ultimo progetto del padre era un docufilm a puntate su Ustica per Netflix, un'ambizione che la morte ha interrotto bruscamente.
Un "superuomo" sempre in fuga e il rimpianto per il tempo perduto
L'eredità di Purgatori, però, non è solo quella professionale di un giornalista che seppe guadagnarsi il rispetto di una redazione più anziana di lui quando a soli 32 anni divenne capo della cronaca di Roma. I figli hanno raccontato anche il peso di un carattere difficile, di un uomo che, come ha ammesso Edoardo, non condivideva dubbi e sconfitte, quasi volesse farsi carico di tutto da solo, apparendo da bambino come una sorta di "superuomo".
Con l'occhio critico di chi è diventato adulto, Edoardo ha ammesso che quella dedizione assoluta al lavoro e il tempo passato lontano dalla famiglia hanno lasciato un segno profondo, una sensazione di averlo «perso» perché non era completamente presente nemmeno quando era in casa, sempre al pc o proiettato altrove.
Eppure, accanto a questo ritratto di un padre assente e guerriero, Victoria ha voluto ricordare un'immagine più dolce e intima, quella di papà Andrea che si sedeva vicino ai fratelli per parlare di vacanze, ammorbidendosi improvvisamente e regalando momenti di pace. A dare un senso alla complessità di quest'uomo, rimane l'insegnamento che ha trasmesso ai figli sull'uso delle parole e sull'importanza di agire a mente fredda dopo essersi fatta un'opinione, un monito che ha fatto di lui un maestro per la sua famiglia, oltre che per i lettori e gli spettatori.
La vicenda umana e legale si intreccia così indissolubilmente con la memoria di un uomo che, vittima di un destino beffardo, non aveva in programma di smettere di correre e di raccontare il mondo.
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