Flottiglia per Cuba, il giallo dei due natanti dispersi nel Mar dei Caraibi
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Redazione Esteri
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La solidarietà internazionale, che in questi ultimi mesi ha cercato di forzare il blocco economico imposto dagli Stati Uniti all’isola di Cuba, si scontra ora con il silenzio inquietante del Mar dei Caraibi. Due imbarcazioni, parte della cosiddetta "Flotilla Nuestra América" salpate lo scorso 20 marzo da Isla Mujeres, nello Stato messicano del Quintana Roo, risultano disperse. A bordo, a dare la caccia a un orizzonte che non ha ancora restituito loro notizie, si trovano nove membri dell’equipaggio; la Marina messicana, che ha attivato immediatamente le procedure di soccorso, non ha ancora ufficializzato le nazionalità di queste persone, sebbene fonti internazionali suggeriscano la presenza di cittadini polacchi, francesi, statunitensi e cubani tra i volontari.
La missione di questo convoglio, composto in tutto da diverse unità navali, era chiara: trasportare aiuti umanitari – tra cui medicinali, cibo in scatola, pannolini e latte in polvere – per cercare di alleviare le sofferenze della popolazione locale, messa in ginocchio dalle prolungate interruzioni di corrente e dalla carenza di carburante che seguono la stretta dell’embargo voluta dall’amministrazione Trump. Mentre una parte del gruppo, quella che ha scelto la via aerea (tra i quali figurano anche attivisti italiani come Ilaria Salis), è già giunta sull’isola e si è mossa tra hotel e incontri ufficiali, l’anima operativa della spedizione, quella via mare, è sprofondata in un'area grigia di incertezza. L’arrivo delle barche era previsto tra martedì 24 e mercoledì 25 marzo, ma il mutismo delle radio e l’assenza di segnali dai localizzatori hanno trasformato quella che doveva essere una rotta di solidarietà in un’infinita attesa.
Ricerche senza sosta e il giallo delle nazionalità
Le operazioni di search and rescue, coordinate dalla Marina messicana con il supporto dei centri di soccorso marittimo di Polonia, Francia e Stati Uniti (proprio mentre Trump siede nuovamente alla Casa Bianca), procedono senza sosta nel tratto di mare che separa la penisola dello Yucatan dall’Avana. Una delle principali difficoltà investigative, in questa fase, è rappresentata dalla frammentarietà delle informazioni relative ai dispersi. Le autorità locali si sono limitate a confermare il numero complessivo di nove individui, senza però diffondere una lista ufficiale che specifichi ruoli e provenienze.
Si tratta, lo ricordiamo, di velisti esperti: il portavoce del convoglio ha tenuto a sottolineare, in una nota stampa, che le due barche (identificate come Friendship e Tigger Moth) erano equipaggiate con sistemi di sicurezza e segnalazione adeguati alla traversata. Tuttavia, la natura ibrida della Flotilla – che ha visto una parte degli attivisti raggiungere Cuba in aereo per ragioni logistiche o di sicurezza, mentre un’altra affrontava il blocco via mare – ha inevitabilmente complicato la ricostruzione delle ultime fasi del viaggio. Un'altra imbarcazione dello stesso convoglio, partita nei giorni precedenti, è invece riuscita ad attraccare regolarmente all’Avana lo scorso martedì, consegnando un carico di 14 tonnellate di viveri e pannelli solari.
La solidarietà messa alla prova nelle acque dello Yucatan
L’eccezionalità dell’evento risiede proprio nella dicotomia tra l’eco mediatico della missione e l’oblio tecnologico in cui sono cadute le barche. Per giorni, mentre alcuni volontari (come Simone Valli, che aveva raccontato ai media il dramma dei medici cubani privati dei mezzi per curare i bambini) denunciavano le difficoltà logistiche legate all’embargo, la sorte dei due natanti rimaneva sospesa. La Guardia Costiera messicana ha attivato un'operazione che coinvolge mezzi aerei e navali, scandagliando le rotte commerciali e quelle meno battute del Canale dello Yucatan, una delle zone di transito più trafficate ma anche soggetta a improvvise condizioni meteo avverse.
Non si registrano, al momento, segnali di soccorso intercettati né comunicazioni dirette con i superstiti. Il silenzio, in queste dinamiche, alimenta lo scenario peggiore: la dispersione in mare, un incidente tecnico che ha reso inoperativi i sistemi di bordo, o persino un fermo imposto da terze parti in acque internazionali. La cronaca nera, in questo caso, si mescola alla geopolitica: il tentativo di forzare un embargo navale, anche per fini umanitari, espone sempre chi naviga a rischi che vanno oltre la semplice furia delle onde.
L’attesa e il dispositivo internazionale
La vicenda assume i contorni del giallo giudiziario ancor prima che della tragedia consumata. Le autorità consolari dei paesi di origine dei presunti dispersi sono state allertate, ma le indagini procedono a rilento, ostacolate dalla mancanza di rottami o tracce di carburante sulla superficie marina. Ciò che resta della Flotilla, intanto, è un gruppo di attivisti arrivato a destinazione per via aerea, che si trova ora in una posizione scomoda: quella di chi attende notizie dei propri compagni mentre l’opinione pubblica internazionale trattiene il fiato. Non ci sono dichiarazioni ufficiali circa un possibile avvistamento, né comunicazioni che possano far pensare a un approdo forzato su coste cubane o statunitensi.




