L’assedio di Trump a Cuba e la risposta di una flottiglia umanitaria
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Redazione Esteri
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La vita quotidiana all’Avana, e non solo, si misura ormai a colpi di apagones, quei blackout che possono durare anche venti ore consecutive e che costringono la popolazione a riscoprire metodi di cottura primitivi, come il carbone, e a fare i conti con un accesso all’acqua potabile sempre più intermittente -1. La crisi energetica che sta strangolando l’isola caraibica è l’effetto diretto e pianificato della mossa a sorpresa con cui l’amministrazione Trump, lo scorso gennaio, ha di fatto sequestrato il presidente venezuelano Nicolás Maduro, assumendo contestualmente il controllo delle forniture di greggio di Caracas e interrompendo i flussi che da decenni alimentavano Cuba -3-7. A questa mossa, che di fatto ha azzerato il principale canale di approvvigionamento dell’isola, ha fatto seguito una ordine esecutiva firmata da Donald Trump che minaccia dazi doganali punitivi a qualunque nazione osi vendere petrolio all’Avana, un avvertimento talmente esplicito da aver indotto il Messico di Claudia Sheinbaum a sospendere le proprie spedizioni -1-3-5. La morsa, insomma, si stringe ogni giorno di più intorno a un paese che già soffriva per un embargo sessantennale, e le conseguenze sono ormai tangibili e drammatiche.
Il settore turistico, una delle poche fonti di valuta pregiata per l’isola, è stato il primo a collassare sotto il peso della mancanza di carburante. La notizia, rimbalzata sugli schermi di tutto il mondo, è che i principali aeroporti cubani sono rimasti a secco di jet fuel, costringendo colossi aerei canadesi come Air Canada, Air Transat e WestJet a cancellare i propri voli e a organizzare complicate operazioni di rimpatrio per migliaia di turisti rimasti bloccati -3-9. Non è andata meglio per i russi, da sempre secondi solo ai canadesi come numero di visitatori: l’Agenzia Federale del Trasporto Aereo di Mosca ha annunciato l’evacuazione dei propri cittadini, gettando ulteriore benzina sul fuoco di un’industria al collasso -3-6. Persino la Germania ha sconsigliato viaggi non essenziali verso l’isola, mentre l’ONU, per bocca del segretario generale António Guterres, ha lanciato un allarme inequivocabile, parlando di rischio concreto di un “collasso umanitario” se non si dovesse trovare una soluzione alla carenza di energia -5. Il personale sanitario, ci raccontano fonti locali, fatica a raggiungere i posti di lavoro e alcuni ospedali hanno dovuto rimandare interventi chirurgici non urgenti, mentre l’industria farmaceutica nazionale, un fiore all’occhiello del regime, vede minacciata la propria produzione -1-9.
Di fronte a quella che il presidente Miguel Díaz-Canel ha definito una vera e propria “guerra energetica” volta a soffocare il paese, la società civile internazionale prova a reagire laddove i governi, timorosi di una escalation con Washington, tentennano. Seguendo il modello della Global Sumud Flotilla che l’anno scorso cercò di forzare il blocco israeliano su Gaza, una coalizione di movimenti e personalità progressiste ha annunciato la partenza di una missione umanitaria verso l’Avana. Si chiama Nuestra América Flotilla, un nome che evoca la lotta antimperialista dell’eroe nazionale José Martí, e il suo obiettivo dichiarato è quello di rompere simbolicamente l’assedio portando all’isola cibo, medicinali e altri generi di prima necessità -1. L’iniziativa è promossa dall’Internazionale Progressista, l’organizzazione che annovera tra i suoi ispiratori figure come Bernie Sanders e Yanis Varoufakis e che gode dell’appoggio pubblico di esponenti politici di primo piano come l’ex leader laburista Jeremy Corbyn e la deputata democratica statunitense Rashida Tlaib. L’idea, spiegano i promotori, è quella di non lasciare sola la popolazione cubana nel momento più buio, sfidando di fatto la dottrina Monroe che gli Stati Uniti sembrano voler riaffermare con forza nei Caraibi.




