Trump e la minaccia su Cuba: "Penso di poterla prendere, che la liberi o la conquisti"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’isola di Cuba, già piegata da una crisi energetica senza precedenti e isolata dal blocco navale imposto dagli Stati Uniti, è tornata al centro della retorica muscolare di Donald Trump. Il presidente americano, nel corso di un incontro con la stampa nello Studio Ovale, ha rilasciato dichiarazioni che suonano come un vero e proprio atto di intimidazione nei confronti de L’Avana, parlando apertamente di un disegno che contemplerebbe la possibilità di un intervento diretto. “Credo proprio che avrò l’onore di prendere Cuba”, ha esordito Trump, per poi aggiungere, quasi a voler dissipare ogni dubbio sulla portata delle sue parole, che si tratterebbe di “un grande onore”. Una frase, quest’ultima, che ha immediatamente fatto il giro del mondo, riaccendendo i riflettori su una relazione bilaterale da decenni logorata da sanzioni e diffidenza reciproca.
Le parole del tycoon, del resto, non sono state né vaghe né tantomeno casuali. Alla richiesta di chiarire cosa intendesse esattamente per “prendere” l’isola caraibica, la risposta è arrivata secca e carica di quella sicurezza che contraddistingue il suo stile comunicativo: “Voglio dire, che la liberi o la prenda, penso di poterci fare tutto quello che voglio. È una nazione molto indebolita in questo momento”. Un’analisi, quella sulle condizioni critiche del Paese, che trova purtroppo puntuale riscontro nella cronaca. Proprio nelle stesse ore in cui Trump parlava, Cuba veniva colpita dall’ennesimo blackout totale, il terzo negli ultimi quattro mesi, un collasso della rete elettrica che ha gettato nell’oscurità e nella disperazione milioni di cubani. A peggiorare un quadro già drammatico, una scossa di terremoto di magnitudo 5.8 è stata registrata al largo delle coste sud-orientali, un evento che, seppur senza gravi conseguenze, ha contribuito ad accrescere il senso di precarietà e abbandono che pervade l’isola.
Il modello Venezuela e la crisi interna come leva negoziale
La strategia della Casa Bianca, lungi dall’essere improvvisata, sembra ricalcare lo schema già sperimentato con successo in Venezuela, dove la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi ha portato a un cambio di governo che, pur mantenendo una facciata rivoluzionaria, si è dimostrato di fatto collaborativo con Washington. Una “acquisizione amichevole”, l’aveva definita lo stesso Trump solo pochi giorni fa, ipotizzando una presa di controllo pacifica che passi attraverso il dialogo e le trattative con l’attuale leadership cubana. Trattative che, sebbene non ufficializzate, esistono eccome: il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha recentemente ammesso l’esistenza di colloqui con gli Stati Uniti, finalizzati a superare le differenze bilaterali attraverso il dialogo. Un’apertura, quella de L’Avana, dettata più dalla necessità che da una reale volontà di distensione, considerando che l’embargo petrolifero voluto da Trump ha messo in ginocchio l’economia dell’isola, impedendole l’accesso al greggio venezuelano e spingendola verso il baratro.
Parallelamente alle pressioni, filtra da fonti vicine all’amministrazione un possibile obiettivo negoziale: la testa di Díaz-Canel. Secondo indiscrezioni riportate da importanti testate internazionali, Washington sarebbe disposta a trattare, lasciando intatta la struttura di potere del Partito Comunista, a patto che il presidente in carica venga rimosso. Una sorta di compromesso storico al contrario, che vedrebbe gli Stati Uniti accontentarsi di un cambio al vertice in cambio di una stabilizzazione dell’isola e di una riapertura economica che, inevitabilmente, favorirebbe gli investitori americani e quella diaspora cubana di Miami, a lungo bollata come “vermi” dal regime castrista e oggi invece corteggiata come possibile ancora di salvezza. Lo stesso vice primo ministro Oscar Pérez-Oliva Fraga, pronipote di Fidel e Raúl Castro, ha annunciato una storica apertura agli investimenti da parte degli esuli e delle aziende statunitensi, un segnale inequivocabile di quanto la corda sia ormai tesa.
Il caos energetico e l’apertura forzata de L’Avana
Il collasso della rete elettrica nazionale, con i suoi blackout che si susseguono ormai ininterrottamente, rappresenta il sintomo più evidente di un’agonia annunciata. Gli ospedali sono costretti a rinviare gli interventi chirurgici, le attività produttive sono ferme e la popolazione è stremata da turni di razionamento che arrivano a durare fino a 48 ore consecutive. La mancanza di benzina ha reso deserte le strade, e l’approvvigionamento di beni di prima necessità è divenuto un’impresa titanica. In questo contesto apocalittico, non sono mancate proteste spontanee, con i tradizionali “cacerolazos” notturni che riecheggiano per le vie de L’Avana e di altre città, e persino episodi di violenza, come l’incendio di un comando di polizia nella città di Moron. Segnali, questi, di un malcontento popolare che la propaganda del regime non può più nascondere.
L’annuncio del governo cubano, previsto per lunedì sera e poi slittato proprio a causa del blackout, rappresenta una resa sostanziale: Cuba si dichiara pronta ad accettare investimenti stranieri, anche dai cubani residenti negli Stati Uniti, ai quali viene finalmente concesso di possedere aziende private sull’isola. Un voltafaccia storico, che cancella di fatto decenni di retorica anti-imperialista e apre le porte a quel capitale straniero, e soprattutto americano, che era stato il nemico giurato per generazioni. Una mossa che, nelle intenzioni de L’Avana, dovrebbe servire a rilanciare un’economia in fin di vita e ad ammodernare infrastrutture vetuste, a cominciare proprio dalla rete elettrica. Ma che agli occhi di Washington appare come l’ammissione definitiva di una sconfitta, la prova provata che l’isolamento voluto da Trump ha funzionato, portando il regime con le spalle al muro e costringendolo a cedere su punti ritenuti fino a ieri inalienabili.




