«Valutiamo un'acquisizione amichevole di Cuba», e il commissario Onu avverte: «L'isola è sull'orlo del collasso»
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Redazione Esteri
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L’amministrazione Trump starebbe vagliando l’ipotesi di una “acquisizione amichevole” di Cuba, un’espressione, quella utilizzata dal presidente degli Stati Uniti parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, che richiama volutamente il lessico delle operazioni finanziarie per descrivere quella che, di fatto, si configurerebbe come una presa di controllo pacifica dell’isola caraibica. L’annuncio, filtrato tra le dichiarazioni rilasciate dal capo della Casa Bianca prima di imbarcarsi per un viaggio in Texas, arriva in un momento di estrema tensione per L’Avana, stretta in una morsa economica che appare sempre più asfissiante; il governo cubano, secondo quanto riferito dallo stesso Trump, sarebbe già in contatto con Washington per discutere della propria situazione, sebbene dalle autorità cubane non siano giunte conferme ufficiali circa negoziati ad alto livello. Il presidente americano ha dipinto un quadro impietoso della nazione, descrivendola come priva di risorse finanziarie, di petrolio e di generi alimentari, uno Stato “in profondo guai” che, a suo dire, starebbe cercando assistenza dagli Stati Uniti.
Le parole del presidente giungono in un contesto reso incandescente dall’inasprimento delle sanzioni e da un recente blocco navale che di fatto impedisce l’approvvigionamento di carburante, una strategia che un alto funzionario delle Nazioni Unite ha definito come la spinta decisiva verso il baratro per l’isola. La crisi energetica, già gravissima, ha subito un’accelerazione letale dopo l’operazione che ha portato alla destituzione di Nicolás Maduro in Venezuela, storico alleato di L’Avana e suo principale fornitore di greggio a condizioni agevolate. La perdita di questo flusso vitale, stimato in decine di migliaia di barili al giorno, ha costretto il governo di Miguel Díaz-Canel a introdurre misure draconiane: razionamento del carburante, stop quasi totale al trasporto pubblico, riduzione della settimana lavorativa a quattro giorni e interruzione del rifornimento di cherosene per gli aerei negli aeroporti, con compagnie aeree costrette a rimodulare le proprie rotte per fare scalo altrove.
Il blocco energetico e il precedente venezuelano
A rendere la posizione cubana ancor più precaria, oltre alla cronica mancanza di valuta forte per acquistare greggio sui mercati internazionali, è la nuova stretta voluta dall’ordine esecutivo firmato da Trump a fine gennaio; il provvedimento, che dichiara l’emergenza nazionale per la presunta minaccia rappresentata dall’isola, autorizza l’imposizione di dazi punitivi su qualsiasi nazione terza osi fornire petrolio a Cuba, un atto definito da più parti come un tentativo di embargo totale sul carburante che mira a provocare il collasso delle infrastrutture essenziali, dagli ospedali alla produzione alimentare. La comunità internazionale, attraverso voci come quella del Consiglio Mondiale delle Chiese, ha parlato di “punizione collettiva” di natura esistenziale, definendo queste misure coercitive unilaterali come fondamentalmente immorali e incompatibili con il diritto internazionale. Il cancelliere cubano, Bruno Rodríguez, ha denunciato da Ginevra quelle che ha definito “azioni criminali e illegali” volte a provocare una catastrofe umanitaria, respingendo con forza la tesi secondo cui L’Avana rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza americana.
Sullo sfondo di queste manovre diplomatiche, resta l’ombra del modello Venezuela, dove dopo la cattura di Maduro da parte delle forze speciali statunitensi, l’amministrazione Trump avrebbe favorito l’ascesa di figure formalmente bolivariane ma di fatto collaborative con Washington; un esplicito riferimento a questo schema è giunto dal segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli cubani, il quale ha parlato della necessità di un cambiamento graduale per L’Avana, citando il processo in corso a Caracas come esempio. Le indiscrezioni giornalistiche, inoltre, parlano di contatti riservati tra funzionari americani e Raul Guillermo Rodriguez Castro, nipote dell’ex leader Raúl Castro, segno che la Casa Bianca potrebbe star sondando canali paralleli a quelli ufficiali per favorire una transizione morbida del potere.
L’incidente armato nelle acque territoriali
A complicare ulteriormente un quadro già di per sé esplosivo, si è inserito l’episodio dei dieci cubani, tra cui due cittadini statunitensi secondo le prime ricostruzioni, entrati mercoledì nelle acque territoriali dell’Avana a bordo di un motoscafo rubato in Florida e carico di armi ed equipaggiamento militare. Nello scontro a fuoco che ne è seguito con le forze di sicurezza cubane, hanno perso la vita quattro membri del gruppo, uno dei quali con passaporto americano, mentre gli altri sei sono rimasti feriti e successivamente arrestati. Le autorità de L’Avana hanno parlato di un tentativo di “infiltrazione a scopi terroristici”, una versione che ha subito messo in allarme l’amministrazione Trump, costringendo Rubio a precisare che nessuno dei componenti del commando aveva legami con il governo federale. Le circostanze dell’accaduto restano tuttavia controverse, con interrogativi che si addensano sulla possibilità che si sia trattato di un’operazione maldestra di esuli anticastristi o, al contrario, di una trappola orchestrata dall’intelligence cubana per alzare la tensione in un frangente diplomatico delicatissimo.
Parallelamente, il presidente Trump ha lasciato intendere che un eventuale accordo potrebbe essere accolto con favore dalla numerosa comunità di esuli cubani residenti negli Stati Uniti, molti dei quali, a suo dire, desiderosi di fare ritorno in patria. Non sono mancate, tuttavia, le voci critiche provenienti dalla società civile americana: oltre quaranta organizzazioni, tra cui alleanze di battisti e ActionAid USA, hanno inviato una lettera al Congresso per chiedere l’inversione di rotta rispetto a quella che considerano una politica aggressiva, che deliberatamente impone fame e privazioni a milioni di civili, una forma di punizione collettiva in grave violazione del diritto umanitario internazionale. Mentre l’ONU lancia l’allarme su un rischio concreto di collasso, la Casa Bianca sembra quindi giocare la partita cubana su più tavoli, tra aperture negoziali, pressioni energetiche e gestione di incidenti dai contorni ancora indefiniti.




