Cuba riaccende la luce, ma l’isolamento si aggrava tra blackout e pressioni da Washington

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il rumoroso ronzio dei generatori tornati in funzione, dopo il lungo silenzio di un’intera isola, non basta a mascherare il crescente isolamento de L’Avana nel contesto latinoamericano. La rete elettrica cubana, che lunedì era crollata in un blackout totale protrattosi per oltre ventinove ore, ha ripreso a funzionare – seppur a singhiozzo e con una capacità limitata – ma il quadro politico ed energetico che emerge da questa ennesima emergenza rivela una frattura profonda, quella che allontana sempre di più il regime di Miguel Díaz-Canel dai suoi tradizionali alleati regionali. La luce è tornata, spiegano dall’Unión Eléctrica, nelle regioni occidentali e centro-orientali grazie alla riaccensione di centrali chiave come quella del comune Diez de Octubre, ma il recupero è lento e parziale, una corsa contro il tempo per tamponare una crisi che non è soltanto tecnica.

Dietro il guasto, infatti, si cela una strategia di pressione ben precisa orchestrata dalla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump, forte del capitale politico accumulato con l’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro in Venezuela, ha ora messo nel mirino l’isola, intensificando una campagna che mira a soffocare l’economia cubana. Il blocco navale di fatto, attuato tramite sanzioni secondarie minacciate a chiunque fornisca carburante a L’Avana, ha seccato i flussi di petrolio venezuelani e messicani, lasciando le raffinerie cubane a secco. La mossa, secondo analisti citati da fonti internazionali, segue il copione già sperimentato a Caracas: isolamento diplomatico, asfissia economica e ricerca di crepe interne a un regime considerato ormai prossimo al collasso. Il Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di emigrati cubani e da sempre falco contro il castrismo, è tornato a ribadire con forza come le concessioni annunciate dal governo – l’apertura agli investimenti per gli esuli, per esempio – non siano che palliativi inadeguati di fronte alla necessità di un ricambio radicale della classe dirigente.

Il crollo del consenso regionale e l’offensiva diplomatica di Washington

Se un tempo Cuba poteva contare su un solido blocco di solidarietà in America Latina, oggi quel fronte appare sgretolato. La recente espulsione di tutto il personale diplomatico cubano da Quito, decisa dal presidente ecuadoriano Daniel Noboa, rappresenta la punta dell’iceberg di un riallineamento che vede diversi governi della regione avvicinarsi alle posizioni di Washington. L’accusa, mossa da Noboa, di interferenze cubane in affari interni – una formula vaga ma dal forte peso politico – ha di fatto rotto le relazioni bilaterali e isolato ulteriormente L’Avana sul continente. Ma non si tratta di un caso isolato: Guatemala e Nicaragua, pur con motivazioni diverse, hanno recentemente ridotto la loro cooperazione con L’Avana, il primo terminando gradualmente l’impiego di medici cubani, il secondo chiudendo una rotta migratoria vitale per i cittadini dell’isola. L’effetto domino, innescato dalla determinazione americana, sta ridefinendo gli equilibri di potere in un’area che aveva a lungo considerato Cuba un baluardo simbolico contro l’imperialismo.

La resistenza di Díaz-Canel tra dialogo e retorica antimperialista

Il presidente cubano, dal canto suo, tenta di navigare in queste acque turbolente alternando aperture e chiusure. Da un lato, la conferma di contatti diplomatici con l’amministrazione Trump, una mossa che alcuni osservatori leggono come un tentativo disperato di negoziare un minimo di ossigeno per un’economia in apnea. Dall’altro, la retorica pubblica resta ancorata ai canoni della rivoluzione: Díaz-Canel ha bollato le minacce statunitensi come un tentativo di far capitolare il paese con la forza, mentre i media ufficiali continuano a invocare la resistenza contro l’aggressore yankee. Una posizione complessa, che deve fare i conti con una popolazione stremata: non solo l’oscurità forzata, ma anche l’assenza di carburante, il razionamento dei generi di prima necessità e la consapevolezza – ben presente a L’Avana come nelle province – che il modello economico attuale, già messo in ginocchio dalla fine dei sussidi sovietici prima e venezuelani poi, non regge più.

Un futuro incerto tra vecchie rotture e nuovi equilibri

La parziale riattivazione della rete, avvenuta nella giornata di martedì, ha restituito solo un’illusione di normalità. Le previsioni parlano di distacchi programmati che potrebbero durare fino a sedici ore al giorno, e la prossima ondata di caldo – o il prossimo guasto a una delle obsolete centrali termiche – potrebbe far precipitare di nuovo l’intero sistema. Intanto, il Segretario Rubio, dalla Casa Bianca, rilancia: il sistema cubano è “non funzionale” e, per essere riparato, necessita di “nuove persone al comando”. Parole che suonano come una sentenza per un governo che, per la prima volta dalla rivoluzione del ’59, si ritrova non solo senza alleati, ma anche senza quella rete di solidarietà internazionale che ne aveva garantito la sopravvivenza per decenni. Il destino dell’isola, oggi più che mai, sembra giocarsi su un tavolo dove le carte sono state mescolate da Washington e dove i vecchi amici latinoamericani, uno dopo l’altro, abbandonano il tavolo.

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