Cuba cerca di salvarsi con la «Revolución solar» (made in China)
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Redazione Esteri
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Non è l’Italia, pure baciata dal sole e ricca di incentivi per il fotovoltaico, a guidare la corsa verso un sistema energetico basato sulla radiazione solare; a sorpresa, e forse nemmeno poi tanto, ci pensa un’isola stremata da decenni di embargo e penuria: Cuba. L’Avana, infatti, sta tentando di risollevarsi dal baratro economico e sociale – un abisso che ha ormai inghiottito persino i servizi sanitari di base – attraverso un progetto ambizioso battezzato «Revolución solar», la cui realizzazione, però, porta una firma pesante come quella della Cina. E se Pechino vede in questa operazione una mossa di penetrazione strategica in quello che Washington considera il proprio «cortile di casa», il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, da più di un anno alla Casa Bianca, non può che assistere con crescente fastidio all’espansione dell’influenza cinese in America latina.
L’abbandono della sanità e i blackout che fermano i chirurghi
A Cuba non ci si cura più, né letteralmente né figurativamente. Da un lato, il sistema sanitario – un tempo vanto della rivoluzione castrista – mostra segni di collasso inequivocabili: gli ospedali nei piccoli centri sono stati chiusi, i pazienti trasferiti altrove, e quelli rimasti negli edifici principali devono fare i conti con interruzioni di corrente che mettono a rischio la vita stessa. Si racconta, tra i pochi resoconti che filtrano dall’isola, di interventi chirurgici completati con la luce dei telefoni cellulari, tenuti in equilibrio sui camici. Sessanta secondi: tanto ha impiegato un generatore di emergenza a entrare in funzione dopo un ennesimo blackout. Ma l’intervento non era finito, e un’infermiera – il cui nome, per ragioni di sicurezza, è stato sostituito con Yuri – ha agito d’istinto, guidata dal debole bagliore dello schermo.
La protesta esplode all’Avana: rifiuti in fiamme contro il blocco
Non stupisce, dunque, che centinaia di persone siano scese in strada nella capitale cubana per protestare contro la peggiore crisi energetica degli ultimi decenni. I manifestanti hanno bloccato le arterie principali con cumuli di spazzatura dati alle fiamme, un simbolo tanto disperato quanto eloquente di un paese che non trova più carburante per far funzionare le proprie centrali. Il ministro dell’Energia cubano ha dichiarato lo «stato critico» della rete elettrica, imputandolo alla mancanza totale di combustibili. Le proteste, va detto, non hanno preso di mira solo il governo locale, ma anche gli Stati Uniti, accusati di voler strangolare economicamente l’isola attraverso un embargo che si fa ogni mese più asfissiante.
La morsa di Washington e la «menzogna» di Marco Rubio
Proprio su questo fronte, le ultime settimane hanno registrato un’impennata di tensione. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio – figura chiave dell’amministrazione Trump per i dossier latinoamericani – ha intensificato la pressione diplomatica contro L’Avana, arrivando a negare pubblicamente l’esistenza di un blocco economico. Una presa di posizione, quest’ultima, che il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla non ha esitato a bollare come «una menzogna». Secondo Rodríguez, Washington non si limita a mantenere le sanzioni, ma le inasprisce di continuo, con l’obiettivo dichiarato – anche se non a parole – di soffocare ogni residuo margine di manovra dell’economia nazionale. E mentre Rubio parla di misure mirate, a Cuba i blackout si susseguono senza sosta, e la «Revolución solar» made in China resta l’unico, flebile, tentativo di accendere una luce.




