Cuba si prepara: “Forze armate pronte a un attacco Usa”
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Redazione Esteri
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L’isola caraibica si sta preparando alla possibilità, per quanto ritenuta al momento non probabile, di un’aggressione militare da parte degli Stati Uniti. A dichiararlo, nel corso di un’intervista rilasciata alla televisione statunitense, è stato il viceministro degli Esteri cubano, Carlos Fernández de Cossío, il quale ha sottolineato come ignorare questa evenienza, viste le tensioni internazionali e le ripetute dichiarazioni della Casa Bianca, sarebbe quantomeno ingenuo.
Le forze armate dell’isola – ha specificato il diplomatico – sono storicamente pronte a una mobilitazione nazionale in caso di minaccia esterna, e in questo momento stanno attuando manovre specifiche per un potenziale confronto. Fernández de Cossío, intervenuto in un momento di particolare frizione tra i due paesi, ha comunque ribadito la posizione ufficiale de L’Avana: non si cerca il conflitto con Washington, né si comprende quale potrebbe essere una giustificazione valida per un tale scenario. Cuba, ha aggiunto, non ha alcun interesse ad aggravare le relazioni bilaterali, tantomeno con l’amministrazione guidata da Donald Trump, ma si riserva il sacrosanto diritto di difendersi, restando al contempo disponibile a un confronto diplomatico.
Il mirino di Trump e l’assedio energetico
Le parole del vicecancelliere cubano si inseriscono in un clima di crescente ostilità verbale da parte del presidente americano, il quale in più occasioni ha dichiarato pubblicamente di volersi “prendere Cuba”. Dopo l’attacco al Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro, operazione che ha di fatto eliminato il principale alleato petrolifero dell’isola, L’Avana teme di essere il prossimo obiettivo di quella che viene percepita come una strategia di smantellamento dei governi non allineati.
A rendere la situazione esplosiva è la stretta sul fronte energetico. Da tre mesi non arrivano navi con greggio a causa delle minacce di ritorsioni doganali lanciate da Trump contro chiunque fornisca carburante all’isola. Il risultato è una crisi senza precedenti: il crollo della rete elettrica nazionale, che a marzo ha subito almeno tre blackout totali, paralizza ospedali, scuole e trasporti, mentre le difficoltà di approvvigionamento di cibo e beni di prima necessità si aggravano giorno dopo giorno. In questo contesto di collasso, la Casa Bianca sembra giocare su un doppio binario: da un lato, si vocifera di negoziati segreti per un accordo economico, dall’altro, le dichiarazioni pubbliche del presidente e del segretario di Stato Marco Rubio lasciano intendere che l’obiettivo sia la rimozione dell’attuale leadership.
La risposta di Diaz-Canel: un piano per la difesa totale
A fare da contrappunto alle dichiarazioni del viceministro degli Esteri è stato direttamente il presidente cubano, Miguel Diaz-Canel. Nel corso di un’assemblea all’Avana, convocata per ringraziare gli attivisti del convoglio solidale “Nuestra America”, il leader ha ribadito la necessità di implementare un programma strutturato per migliorare la preparazione alla difesa del popolo cubano. Non si tratta di una semplice esercitazione propagandistica, ma di un vero e proprio piano che, secondo quanto riferito, mira a coinvolgere ogni livello della società per resistere a un’eventuale aggressione esterna.
Il presidente ha collegato questa urgenza alle misure coercitive imposte da Trump, ricordando come lo stesso presidente americano abbia ammesso di aver “applicato tutta la pressione possibile” sull’isola. La strategia cubana appare quindi chiara: prepararsi al peggio, senza però precludersi la via del dialogo. Anche Fernández de Cossio, nel suo intervento, ha confermato questa linea, affermando che Cuba non desidera un conflitto, ma non può esimersi dal proteggersi.
Negoziati sottotraccia e sovranità non negoziabile
Nonostante le cannonate verbali, i due governi mantengono aperti canali di comunicazione. Da settimane circolano indiscrezioni su trattative condotte sottotraccia, mirate a trovare un punto d’incontro sulla crisi energetica e, forse, su una più ampia normalizzazione. Tuttavia, L’Avana ha posto un paletto netto: il sistema politico e la continuità del governo non sono in discussione. “Non stiamo negoziando né il presidente né la carica di alcun funzionario”, ha chiarito Fernández de Cossio, smontando le tesi di chi, negli Stati Uniti, ipotizza un cambio di regime negoziato simile a quello venezuelano.
Alla domanda se esista la possibilità di un’invasione imminente, il viceministro ha risposto con pragmatismo: ci si prepara, ma si spera che non accada. La contraddizione tra la retorica trumpiana – che parla di un’isola in ginocchio pronta a essere “presa” – e la realtà di un paese che si mobilita militarmente è il tratto dominante di questa fase. Intanto, mentre i riflettori si accendono sulle esercitazioni e sulle dichiarazioni di guerra, la popolazione cubana sopporta le conseguenze del blocco: file per il pane, bui prolungati e la costante ricerca di una stabilità che, al momento, appare un miraggio.




