Cuba, la nuova frontiera della diplomazia trumpiana: negoziati diretti dopo l’atterraggio di un aereo Usa all’Avana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il conflitto in Iran continua a trascinarsi tra cessate il fuoco fragili e trattative incerte in Pakistan, Donald Trump – che ormai da più di un anno siede nuovamente alla Casa Bianca – ha cominciato a indicare con crescente insistenza un altro fronte caldo della sua politica estera: Cuba. “Cuba è la prossima”, ripete il tycoon ogni volta che gliene capita l’occasione, dichiarandosi “onorato e felice” di poter giocare un ruolo che definisce storico, quello di “liberare” l’isola. Parole che, a prima vista, sembravano retorica da comizio, ma che nelle ultime settimane hanno trovato un inaspettato riscontro concreto.

Un aereo governativo americano all’Avana: la fine di un tabù lungo sessant’anni

La notizia, inizialmente filtrata da alcuni giornali statunitensi, è stata infine confermata dal quotidiano del Partito Comunista Cubano, il Granma. Lo scorso week-end – o meglio, sette giorni fa – una delegazione del governo nordamericano è sbarcata all’Avana, segnando la prima missione di questo tipo dai tempi dell’amministrazione Obama. Non è un dettaglio da poco: si tratta, stando alle ricostruzioni ufficiali, del primo aereo del governo federale americano (si esclude la base di Guantánamo, che resta una zona a sé) a toccare suolo cubano dopo la rivoluzione del 1959. Un intervallo temporale impressionante, che rende l’incontro di fatto uno dei momenti diplomatici più rilevanti tra i due paesi nell’ultimo decennio.

Il racconto (velenoso) del negoziato: rispetto formale e sostanza divisiva

A raccontare i retroscena dell’incontro è stato, in un’intervista al Granma, Alejandro García del Toro, vicedirettore della sezione Stati Uniti del ministero degli Esteri cubano. Da parte statunitense hanno preso parte alla riunione alcuni vicesegretari del Dipartimento di Stato; da quella cubana, invece, diversi viceministri degli Esteri. Il governo dell’Avana ha confermato lunedì che il faccia a faccia si è svolto in un’atmosfera definita “rispettosa e professionale”. Una formula che, nella lingua della diplomazia, cela spesso un confronto duro, privo di rotture plateali ma altrettanto privo di concessioni sostanziali.

L’Avana chiede la fine del blocco energetico: il nodo che non si scioglie

Sul tavolo, la richiesta cubana è chiara e senza ambiguità: la fine dell’embargo energetico imposto da Washington, che da decenni asfissia l’economia dell’isola. I funzionari del Dipartimento di Stato, dal canto loro, non hanno fatto mistero di voler discutere di “condizioni per un cambiamento politico interno”, un approccio che l’Avana considera una violazione della propria sovranità. Il risultato, per ora, è un negoziato diretto – la prima vera trattativa bilaterale dopo anni di silenzio – ma segnato da un’impostazione che molti osservatori definiscono “velenosa”. Non ci sono stati annunci congiunti, né tantomeno intese pubbliche. Solo la conferma, da entrambe le parti, che l’incontro c’è stato e che si è parlato. Un passo, certo. Ma in quale direzione, nessuno lo dice ancora.

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