Il paradosso della Basilicata: il parco auto cresce del 9,5% mentre le officine meccaniche chiudono

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’analisi condotta dalla Cgia di Mestre, un osservatorio attento alle dinamiche economiche e sociali del territorio nazionale, ha fotografato una situazione quanto meno singolare per la regione Basilicata, dove il settore dell’automotive vive una contraddizione difficile da ignorare. Da un lato, infatti, le statistiche relative al periodo che intercorre tra il 2014 e il 2024 raccontano di un aumento costante e persistente del numero di veicoli in circolazione, con una crescita che si attesta al 9,5 per cento e che porta il parco auto complessivo a toccare quota 391.305 unità. Dall’altro lato, però, a questo incremento del numero di autovetture non corrisponde una parallela tenuta della rete di assistenza e riparazione, anzi: si registra una contrazione drastica del numero di attività artigiane specializzate, con i meccanici che, per usare una metafora giornalistica, sembrano diventati una specie in via di estinzione. Il calo, che nell’intera regione sfiora il quattordici per cento, precisamente -14,1%, colpisce in modo diffuso i due capoluoghi, seppur con intensità diversa: a Potenza la diminuzione di queste imprese si aggira attorno al 13,6%, mentre a Matera il dato è ancora più preoccupante e raggiunge il 14,9%.

I numeri di un fenomeno nazionale che coinvolge anche l'Umbria e l'Emilia

Questa tendenza, per quanto evidente in Basilicata, non rappresenta un caso isolato nel panorama italiano, ma si inserisce in un contesto più ampio che vede l’intero Paese alle prese con una trasformazione profonda del proprio tessuto produttivo artigianale. Basti pensare a quanto accade in Umbria, regione dove il parco auto, secondo le rilevazioni, è passato dalle 613.739 vetture del 2014 alle 659.203 del 2024, segnando un incremento di 45.464 mezzi pari al 7,4 per cento, e dove parallelamente si assiste a una rarefazione degli operatori del settore. Le cause di questa emorragia di imprese, come sottolineato dagli esperti della Cgia, vanno ricercate in un insieme di fattori che rendono sempre più difficile la sopravvivenza delle piccole realtà artigianali. Tra questi, un peso determinante lo giocano i costi di gestione, ormai lievitati in modo esponenziale: gli affitti dei locali, le bollette energetiche, le spese per lo smaltimento dei rifiuti speciali e la necessità di adeguarsi a normative ambientali sempre più stringenti rappresentano un fardello che molte officine, spesso a conduzione familiare, non sono più in grado di sostenere. E se a questo si aggiunge la difficoltà nel reperire manodopera qualificata e il ricambio generazionale, il quadro si complica ulteriormente.

Il problema del ricambio generazionale e la fuga verso nuove professioni

Un altro aspetto cruciale, che emerge con chiarezza dall’analisi dei flussi occupazionali e delle scelte dei giovani, riguarda la percezione sociale del mestiere del meccanico. Un tempo considerato un punto di riferimento per la comunità e un impiego stabile e rispettabile, oggi questo ruolo sembra aver perso gran parte della sua attrattiva. Le nuove generazioni, spinte da una narrazione che esalta le professioni digitali e creative, sembrano orientarsi altrove, sognando carriere da creator digitali o influencer, figure percepite come più gratificanti e moderne. Questa fuga dalle cosiddette “professioni manuali” rischia di creare un vuoto incolmabile, un divario tra la domanda di servizi essenziali come la manutenzione dell’auto, che rimane per molti un bene primario e indispensabile, e un’offerta che si assottiglia di anno in anno. La questione, pertanto, non è soltanto economica, ma anche culturale, e riguarda il modo in cui una società valuta e considera i propri mestieri tradizionali, quelli che richiedono competenze tecniche specifiche e un saper fare tramandato nel tempo.

Un’Italia sempre più motorizzata ma con un parco auto vetusto

Questo paradosso delle officine che chiudono in un Paese dove le auto continuano a circolare in numero crescente va letto anche alla luce dei dati sulla motorizzazione nazionale, che vedono l’Italia primeggiare in Europa con 701 autovetture ogni mille abitanti, un dato ben superiore alla media Ue di 578 e a quello di altre grandi economie come la Spagna (544), la Francia (579) e la Germania (590). Se a questo si aggiunge che il Mezzogiorno detiene i primati negativi per quanto riguarda l’anzianità del parco circolante e la bassa penetrazione di veicoli a ridotte emissioni, con una percentuale di auto green che stenta a superare la soglia del venti per cento, si comprende come la domanda di manutenzione dovrebbe, in teoria, essere in costante aumento. Eppure, la realtà dei fatti racconta di una continua emorragia di imprese, schiacciate da un lato dai costi e dall’altro dalla complessità di un mercato in rapida evoluzione tecnologica, che richiederebbe investimenti in formazione e attrezzature sempre più sofisticati, non sempre alla portata di una piccola officina artigiana. Le difficoltà del settore metalmeccanico allargato, del resto, sono testimoniate anche dall’aumento del ricorso alla cassa integrazione, come accade in Toscana o in Umbria, dove si registrano incrementi significativi delle ore richieste, a dimostrazione di uno stato di sofferenza diffuso che coinvolge l’intera filiera.

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