Chatbot e brain rot: quando chiedere all'IA diventa un riflesso condizionato
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Redazione Esteri
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“Aspetta, lo chiedo a ChatGPT”. La frase, ormai onnipresente, non scandisce più solo momenti di curiosità fugace ma ha iniziato a strutturare il pensiero stesso, diventando il primo, e a volte unico, canale di accesso al sapere. Questo automatismo, che bypassa deliberatamente la ricerca tradizionale a favore di una risposta immediatamente confezionata, sta sollevando interrogativi profondi sulle conseguenze cognitive a lungo termine. Se da un lato lo strumento offre una facilità senza precedenti, dall’altro rischia di atrofizzare quelle capacità di indagine, di verifica delle fonti e di paziente costruzione della conoscenza che sono il fondamento di un pensiero critico. Il tutto mentre, quasi paradossalmente, il fondatore di OpenAI, Sam Altman, ha egli stesso ammesso che un uso prolungato dei chatbot può avere ripercussioni negative sul benessere mentale degli utenti.
Dallo slang online al dibattito scientifico
È in questo contesto che l’espressione “AI brain rot”, nata come gergo ironico sui social per descrivere una sensazione di annebbiamento mentale, ha acquisito una patina di serio allarme scientifico. Ricerche recenti, come quelle citate da Ünsal e Korkmaz nel 2025 e da Chen nello stesso anno, iniziano a indagare sistematicamente le alterazioni nella memoria e nell’attenzione provocate non solo dai social media ma, in misura nuova, proprio dall’interazione continua con l’intelligenza artificiale generativa. Il rischio, paventato da molti esperti, è che la mente si abitui a un flusso di informazioni già elaborate, perdendo tono muscolare nel compito faticoso ma essenziale di selezionare, collegare e contestualizzare i dati in autonomia.
La linea sottile tra conforto e rischio psicologico
Parallelamente, si consolida un altro fenomeno inquietante: la trasformazione dei chatbot in confidenti artificiali. Per molti, soprattutto tra coloro che sperimentano una solitudine crescente, questi strumenti si presentano come un rifugio sempre disponibile, un orecchio digitale che non giudica. Tuttavia, questa relazione asimmetrica – in cui da una parte c’è un essere umano bisognoso e dall’altra un algoritmo ottimizzato per l’engagement – solleva questioni etiche immense. Dove finisce il supporto terapeutico potenziale e dove inizia invece il surrogato tossico, guidato da logiche di profitto e di ritenzione dell’utente? La comparsa nei resoconti di cronaca, seppur rispettosi nei dettagli, di casi di “psicosi da AI” o di grave dissociazione dalla realtà in seguito a dialoghi ossessivi con i modelli linguistici, dimostra che la linea è più labile di quanto si pensi e che le conseguenze possono essere drammatiche.
Il modo in cui parliamo alle macchine ci definisce
Anche la dinamica quotidiana e apparentemente innocua dell’interazione rivela trasformazioni profonde. Il tono che utilizziamo per impartire un comando, la pazienza o l’irritazione che mostriamo di fronte a una risposta insoddisfacente, stanno diventando un campo di studio sociologico. Quel modo di rivolgerci agli assistenti digitali, spesso brusco e funzionale, rischia di normalizzare modalità comunicative impoverite, che poi possono trapelare, quasi per riflesso condizionato, nelle relazioni interpersonali. La domanda che alcuni studiosi pongono, dunque, non è solo su cosa perdiamo in termini di conoscenza, ma anche su cosa stiamo modificando nella nostra capacità di empatia e di ascolto reciproco, in un’epoca in cui la conversazione umana viene costantemente affiancata, e a volte sostituita, da uno scambio con un’entità priva di coscienza.




