Trump a Davos confonde Groenlandia e Islanda, ma insiste sull'annessione "pacifica"
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, parlando a ruota libera durante la sua apparizione al Forum economico mondiale di Davos, ha ribadito con forza la volontà di procedere all'annessione della Groenlandia, definita senza mezzi termini "un grande pezzo di ghiaccio necessario per la sicurezza nazionale" americana e dell'Occidente. Una pretesa, come egli stesso ha ammesso, che affonda le radici in una tradizione di acquisizioni territoriali nella storia del paese, sebbene il presidente abbia voluto precisare, forse per tranquillizzare gli animi più agitati, di non voler ricorrere all'uso della forza per raggiungere l'obiettivo. "Questa è l'unica notizia che vi do", ha dichiarato, cercando di circoscrivere le possibili interpretazioni di un progetto che, in mancanza di un atto bellico tra alleati Nato, deve necessariamente poggiare su altre basi, da quelle storiche a quelle strategiche.
Le confusioni geografiche durante il discorso
Il flusso del ragionamento, tuttavia, ha mostrato più di una crepa, rivelando una confusione persistente tra due territori ben distinti. Mentre articolava le sue considerazioni sulla sicurezza dell'Alleanza Atlantica, Trump ha infatti menzionato più volte l'Islanda, sostenendo che i membri Nato "lo adoravano" per le sue parole sull'isola e affermando che "la Nato non sarà lì per noi, in Islanda". Dichiarazioni che, nel contesto, apparivano riferirsi in realtà alla Groenlandia, dipartimento autonomo danese al centro delle sue mire. La stessa sovrapposizione è riemersa poco dopo, quando il presidente ha attribuito a una crisi in "Islanda" un calo del mercato azionario verificatosi martedì, in un groviglio geografico che non ha aiutato a chiarire le reali intenzioni della sua amministrazione.
Il tono sprezzante verso gli alleati
Lo stile della performance, che ha superato abbondantemente i limiti temporali previsti dall'agenda del forum, è stato caratterizzato da un tono di netta superiorità e da accenti sprezzanti verso i partner internazionali. Gli europei sono stati bollati come "stupidi", mentre un giudizio tranchant è stato riservato al resto del mondo, descritto come un insieme di parassiti che "senza gli Stati Uniti non andrebbero da nessuna parte". Un monologo assertivo, quello del presidente, che ha trasformato la platea di Davos in un palcoscenico per il cosiddetto "Trump-show", dove le regole della diplomazia tradizionale sono state volontariamente accantonate in favore di un approccio diretto e spesso brutale, teso a sottolineare una presunta dipendenza globale dalla potenza americana.
Le basi giuridiche e politiche di un'annessione complessa
Lasciando da parte le invettive e le sviste, la questione groenlandese rimane un rompicapo giuridico e politico di non facile soluzione. Trump ha affermato di voler avviare immediatamente negoziati per l'acquisizione, richiamandosi esplicitamente al passato espansionistico degli Stati Uniti e di molte nazioni europee. Tuttavia, l'isola gode di un ampio autogoverno sotto la sovranità danese, e qualsiasi trattativa dovrebbe inevitabilmente coinvolgere Copenaghen e le autorità locali di Nuuk, le cui posizioni sono storicamente contrarie a una cessione. Il presidente, nel suo discorso, ha toccato diversi argomenti a sostegno, dalla storia recente all'incapacità percepita dei "piccoli Paesi" di garantire da soli la propria difesa, costruendo una narrazione che mescola sicurezza nazionale, opportunità economica e una visione molto personale del realpolitik.




