L’imam di Firenze fa pure il giurista e «blinda» Salim: «Resterà italiano»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La scia di sangue lasciata da un’auto lanciata a folle velocità contro i pedoni del centro storico di Modena non si è ancora asciugata – i feriti, si ricorderà, sono otto, alcuni dei quali in condizioni disperate e addirittura una turista tedesca che ha subito l’amputazione di entrambe le gambe – che già il dibattito pubblico si inceppa su un meccanismo giuridico di non facile soluzione. Il riferimento è, naturalmente, alla richiesta, avanzata da piú parti, di strappare la cittadinanza italiana a Salim El Koudri, il trentunenne di origine marocchina (ma nato a Bergamo e residente da sempre in Italia) accusato di strage e lesioni personali gravissime. Ebbene, a gettare acqua sul fuoco di questa polemica, o se si preferisce a blindare l’indagato sotto il profilo dello status civile, ci ha pensato l’imam di Firenze, Izzeddin Elzir, che per l’occasione ha indossato i panni del giurista. La sua sentenza, per cosí dire, è categorica: la legge italiana, cosí com’è scritta, non consente alcuna revoca del passaporto, nemmeno di fronte a un massacro programmato.

La cronaca dei fatti e il quadro giudiziario

Prima di addentrarsi nelle pieghe della disputa politico-culturale, è opportuno riepilogare quanto accaduto nel pomeriggio del 16 maggio lungo via Emilia. L’uomo, stando alla ricostruzione fornita dalla Procura di Modena e parzialmente confermata dagli atti del gip, ha deliberatamente utilizzato la propria automobile – una normale utilitaria, va da sé – come un’arma da getto, investendo chiunque si trovasse a passeggiare tra i tavolini dei bar e i portici del centro. Subito dopo l’impatto, durante il quale ha sfondato la vetrina di un negozio, il trentunenne ha tentato la fuga a piedi impugnando un coltello, salvo essere bloccato da alcuni passanti che, come ha sottolineato lo stesso Elzir, erano «italiani autoctoni, un ragazzo di seconda generazione e un pakistano». Il gip, dopo aver convalidato il fermo, ha disposto la custodia cautelare in carcere, ravvisando un concreto pericolo di fuga (il soggetto potrebbe riparare in Marocco) e l’alto rischio di reiterazione del reato. Un aspetto, questo, che la stessa giudice ha ritenuto prioritario rispetto alla valutazione del cosiddetto «disturbo schizoide di personalità», una patologia che il diretto interessato avrebbe citato ai sanitari del Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per giustificare le «voci» che sentiva.

La posizione dell’imam e la questione della cittadinanza

Ed è qui che entra in scena Izzeddin Elzir, figura storica del dialogo interreligioso nel capoluogo toscano. Intervistato a margine di un’iniziativa cittadina, l’imam ha preso le distanze da chi strumentalizza la tragedia per fini elettorali, ma il suo ragionamento si è spinto molto oltre. «Togliere la cittadinanza?», si è chiesto retoricamente, per poi rispondere con un secco «Nemmeno con il terrorismo nero e quello rosso abbiamo cambiato le leggi». La frase, che suona come un monito ai legislatori odierni, ha il sapore di una lezione di diritto costituzionale applicato. Secondo il suo ragionamento, che ricalca fedelmente lo stato dell’arte normativa, l’Italia non dispone di uno strumento simile a quello francese o britannico per privare della nazionalità chi commette atti di eversione. Il richiamo alla nostra storia repubblicana – le stragi di Piazza Fontana e della stazione di Bologna, solo per citarne alcune – è funzionale a dimostrare come nemmeno nei momenti piú bui della guerra fredda interna si sia optato per la revoca della cittadinanza ai condannati. In sostanza, Elzir sostiene che, al di là della buona fede di chi chiede pene esemplari, la richiesta di espellere El Koudri dal civico è un abbaglio giuridico che rischia di incrinare i pilastri dello stato di diritto senza peraltro risolvere il problema della sicurezza collettiva.

Le ripercussioni risarcitorie e la scena politica modenese

Mentre il gip dispone l’osservazione psichiatrica in carcere – una misura che serve a capire se al momento del fatto il soggetto fosse effettivamente capace di intendere e volere – e la procura esclude al momento l’aggravante del terrorismo per mancanza di «elementi concreti» -3, il clima a Modena si fa rovente sul piano politico. Da un lato, sindacati e associazioni (Cgil e Anpi in testa) hanno organizzato cortei con slogan contro il «fascismo», una reazione che a molti osservatori è sembrata sganciata dalla dinamica concreta dell’attentato. Dall’altro, il centrodestra alza il tiro sulla sicurezza, chiedendo interventi immediati che però si scontrano con la realtà codicistica appena descritta dall’imam. In mezzo, c’è il dramma silenzioso dei feriti: i loro legali stanno già studiando come muoversi per ottenere i risarcimenti, considerando che in caso di sinistro doloso (cioè volontario) l’assicurazione Rc Auto è tenuta a pagare i danni ai terzi investiti – per espressa volontà della Cassazione – salvo poi rivalersi sull’assicurato, ovvero sul proprietario dell’auto o sullo stesso El Koudri. Un meccanismo, insomma, che mette al riparo le vittime dall’insolvenza dell’assassino, ma che inevitabilmente graverà sulle tasche della mutualità generale.

La voce della famiglia e il silenzio sul movente

Infine, non si può tacere lo strazio della famiglia. In un video diffuso dal legale, la sorella dell’indagato, Carmen, ha chiesto scusa in lacrime dichiarando di non sapere «se riuscirò piú a guardarlo negli occhi». Un ritratto, il suo, che dipinge un uomo «preciso e ordinato», ossessionato dalla disoccupazione al punto da tempestare le agenzie interinali di telefonate, ma – e questo è il dato piú inquietante – chiuso da mesi in una «dimensione virtuale» fatta di cellulari e diari scritti in arabo. Perché un cittadino italiano, cresciuto nelle nostre scuole, abbia scelto di confidare i propri pensieri piú reconditi in una lingua che non è quella del paese dove vive, è un dettaglio che gli inquirenti stanno ancora cercando di decifrare attraverso interpreti e periti informatici. Di certo, al momento, non esistono prove di una radicalizzazione via web, ma il dato della «dimensione virtuale» lascia intendere che l’indagine è solo all’inizio.

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