Il mondo dell'auto e la tempesta perfetta che dal 2020 non dà tregua

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quella che il mondo dell’auto sta attraversando dal 2020 è una crisi diversa dalle precedenti, e per certi versi persino più insidiosa, perché non si tratta di un semplice calo della domanda o di una recessione ciclica, ma piuttosto di una serie di shock globali che si sono susseguiti senza soluzione di continuità, innestandosi l'uno sull'altro. La pandemia, come documentato da analisi settoriali, ha fermato fabbriche e concessionari, portando le vendite globali a crollare da una media di 90 milioni di veicoli a poco più di 70 milioni nel solo 2020, con stabilimenti dei principali gruppi, da Volkswagen a FCA, costretti a fermarsi. Poi, quando si pensava di intravedere una ripresa, è sopraggiunta la carenza di microchip, un collo di bottiglia che ha rallentato la produzione per mesi, dimostrando quanto la filiera fosse diventata vulnerabile a qualsiasi minima interruzione.

L’effetto domino delle tensioni geopolitiche

A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé precario, sono arrivate le guerre e le tensioni commerciali, che hanno fatto impennare i costi dell’energia e delle materie prime. Il conflitto in Ucraina aveva già messo in luce come il fertilizzante potesse diventare un'arma geopolitica, con conseguenze immediate sul prezzo globale del cibo, ma oggi è lo scenario del Golfo a tenere banco. Nel giro di pochi giorni, gli analisti sui mercati internazionali sono stati costretti ad aprire gli occhi su interdipendenze che prima passavano inosservate, semplicemente perché nessuno credeva si sarebbero mai interrotte in modo così drastico. Poi, nel giro di poche settimane, la rottura di quelle consolidate relazioni commerciali innesca le sue conseguenze a catena, e la più visibile per i cittadini di Paesi anche molto lontani dal teatro bellico è un'improvvisa e difficile da gestire accelerazione dei prezzi alimentari. Il settore automobilistico, va da sé, non è immune da queste dinamiche, anzi, ne assorbe pienamente la violenza.

Assicurazioni marittime, un costo decuplicato

C’è poi un altro aspetto, meno noto al grande pubblico ma ugualmente cruciale per le industrie manifatturiere, che riguarda il caro-noli e il vertiginoso aumento dei costi assicurativi. Prima la guerra in Ucraina e l’embargo sulla Russia – che hanno creato non pochi problemi alle aziende italiane, dato i forti interessi commerciali che legavano i due Paesi – poi la questione israelo-palestinese, che ha avuto a sua volta pesanti ripercussioni sul traffico nel Mar Rosso. Oggi, con il Medio Oriente in fiamme e lo Stretto di Hormuz diventato una polveriera, il quadro si complica ulteriormente. A spiegare la situazione, piuttosto 'salata' per le aziende, è Alberto Scala, managing director della sede Lockton P.L. Ferrari e consigliere d’amministrazione del gruppo che assicura il 95% della flotta italiana e il 10% di quella mondiale. Il rincaro delle polizze, in alcune aree considerate ormai a rischio conflagrazione, è un fatto concreto con cui le imprese devono fare i conti quotidianamente.

L’estate modello lockdown e la nuova geografia dei consumi

Lo scenario a cui si preparano molti settori, incluso quello dei balneari toscani che proprio in questi giorni danno il via alla stagione, è quello di un'estate modello lockdown: pochi viaggi all’estero, con la conseguenza di dover dire addio a mete come l’Egitto e i Paesi del Golfo, preferendo invece vacanze lungo la costa italiana, possibilmente non lontani da casa. A una settimana dallo scoppio dell’attacco congiunto di Usa e Israele all’Iran, questo è lo scenario che si materializza per gli operatori turistici. Mancano pochi giorni all’inizio della stagione, che almeno a Forte dei Marmi, località simbolo della Riviera versiliese, prenderà il via il 21 marzo prossimo, il primo giorno di primavera. I balneari, interpellati sull'andamento delle prenotazioni, assicurano che a oggi i numeri sono buoni, ma sono anche perfettamente consapevoli che la guerra è solo ai primi passi, e nessuno può sapere quanto durerà né, tantomeno, stimare con precisione gli effetti che avrà sull'economia reale e sul potere d'acquisto delle famiglie.

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