Gaza, Meloni: "Italia osservatrice nel board di Trump. Non condivido le critiche di Merz ai Maga"
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Redazione Interno
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Ad Addis Abeba, dove l’attenzione sarebbe dovuta essere tutta per i rapporti con l’Unione africana e per il rilancio del Piano Mattei, Giorgia Meloni si è trovata a dover fare i conti con i venti che soffiano dall’altra parte dell’Atlantico. La presidente del Consiglio, ospite d’onore al Mandela Center per i 25 anni dall’atto fondativo dell’Ua, ha approfittato della trasferta etiope per tracciare una linea chiara – seppur sfumata nelle consuete cautele diplomatiche – sulla posizione dell’Italia nel nuovo scacchiere internazionale disegnato dalla presidenza Trump. Due i fronti aperti, strettamente collegati: il primo riguarda la partecipazione italiana al Board of Peace voluto dal tycoon per la ricostruzione di Gaza, il secondo chiama in causa i rapporti con Berlino e, più in generale, con un’Europa che fatica a trovare una sintesi con Washington.
Sul tavolo, spiega Meloni ai giornalisti che la intercettano prima di rientrare a Roma, c’è l’invito formale giunto dalla Casa Bianca per la riunione inaugurale del Board in programma giovedì prossimo. Un invito al quale l’Italia risponderà positivamente, ma con una formula studiata a tavolino per superare quelli che la stessa premier definisce "problemi di compatibilità costituzionale". L’Italia parteciperà come Paese osservatore, una soluzione ibrida che consente a Roma di mantenere un piede dentro e uno fuori dall’organismo voluto da Trump. "Siamo stati invitati come Paese osservatore – ha chiarito Meloni – e secondo noi è una buona soluzione rispetto al problema che abbiamo della compatibilità costituzionale con l’adesione piena al Board". Una formula che, di fatto, aggira i dubbi sollevati nelle scorse settimane – e che avrebbero coinvolto anche il Quirinale – sulla natura sovranazionale di un organismo che, nelle intenzioni iniziali, sembrava volersi porre come alternativa ad altri consessi internazionali. La presenza italiana, ha aggiunto la premier, è comunque necessaria: "Per tutto il lavoro che l’Italia ha fatto e sta facendo in Medio Oriente, una presenza italiana e anche europea è indispensabile". Resta ora da definire il livello della rappresentanza: l’invito, arrivato solo venerdì, lascia aperte diverse opzioni, dalla partecipazione diretta della presidente del Consiglio a quella del ministro degli Esteri Antonio Tajani o di un inviato tecnico.
Parallelamente alla questione mediorientale, Meloni ha dovuto affrontare il nodo più spinoso, quello dei rapporti transatlantici e delle parole pronunciate dal cancelliere tedesco Friedrich Merz. A Monaco, durante la Conferenza sulla sicurezza, il leader tedesco aveva parlato di una "frattura" tra Europa e Stati Uniti, e aveva definito la cultura Maga di Trump come estranea ai valori europei, aggiungendo che l’ordine del dopoguerra non esiste più e che l’Alleanza atlantica va rifondata. Parole pesanti, che rischiavano di creare un incidente diplomatico proprio mentre l’Europa cerca di capire come rapportarsi con la nuova amministrazione americana. E parole sulle quali Meloni ha scelto di intervenire con decisione, pur evitando lo scontro frontale con Berlino. Da un lato, la premier riconosce a Merz un’analisi corretta sulla necessità che l’Europa faccia di più per sé stessa: "Credo che Merz faccia una valutazione corretta quando dice che l’Europa deve occuparsi di sé stessa e fare di più sulla sicurezza, a partire dalla colonna europea della Nato. Su questo sono d’accordo", ha spiegato. Dall’altro, però, arriva la presa di distanza netta dalle critiche alla cultura Maga. Alla domanda se condivida il giudizio del cancelliere tedesco, Meloni risponde senza esitazioni: "No, direi di no". E precisa: "Sono valutazioni politiche che ogni leader fa come ritiene, ma non sono un tema di competenza dell’Unione europea, sono valutazioni dei partiti politici". In altre parole, Meloni invita a non trasformare una divergenza politica e culturale in una frattura istituzionale tra Bruxelles e Washington.
Il ruolo di cerniera e i rapporti con la Germania
L’intervento della presidente del Consiglio si inserisce in una strategia più ampia, quella che la vede da tempo impegnata a costruire un rapporto personale e diretto con Donald Trump – rapporto che le ha permesso, tra l’altro, di ottenere un invito per l’Italia al Board di Gaza – ma senza mai rompere del tutto con i partner europei. Una posizione di equilibrio delicata, che a volte la costringe a distinguo sottili come quello di ieri. "Lavorare a una maggiore integrazione tra Europa e Stati Uniti – ha insistito Meloni – valorizzando ciò che ci unisce piuttosto che ciò che può dividerci, è molto importante per tutti, e particolarmente per i Paesi europei". L’Italia, insomma, si candida a fare da ponte, anche a costo di smentire su un punto chiave il principale alleato europeo. Del resto, la premier aveva già mostrato in passato una certa sintonia con il mondo Maga: nell’aprile del 2025, dopo un incontro alla Casa Bianca, aveva coniato lo slogan "Make the West Great Again", e nella conferenza stampa di inizio anno aveva difeso alcune scelte della nuova amministrazione, pur ribadendo di mantenere "libertà di pensiero" e di dire a Trump quando non è d’accordo. Ieri, quel "non sono d’accordo" è stato indirizzato a Berlino.
L’Europa chiamata a fare di più
Al di là delle divergenze sul piano culturale e politico, Meloni ha voluto comunque sottolineare la necessità di un salto di qualità dell’Unione europea. Il riferimento all’autonomia strategica, evocato anche nel discorso all’Unione africana, è stato ripreso con forza: "Dobbiamo smettere di chiederci cosa gli altri possano fare per noi, e cominciare a chiederci cosa noi dobbiamo fare per essere autonomi, forti, capaci di rispondere a un’era della geopolitica nella quale di certezze non ce ne sono più moltissime". Un messaggio che, se da un lato raccoglie l’appello di Merz a una maggiore assunzione di responsabilità da parte europea, dall’altro ne ribalta la direzione: non si tratta di allontanarsi da Washington, ma di rendersi più forti per poter dialogare alla pari. E in questo quadro, l’Italia intende giocare un ruolo da protagonista, forte anche del rapporto privilegiato con la nuova amministrazione americana e della presenza – come osservatrice – in un consesso chiave per il futuro del Medio Oriente.




