Meloni ad Addis Abeba: «Merz sbaglia, con gli Usa serve unità. L’Italia ci sarà al board di Trump, ma da osservatrice»
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Redazione Interno
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Il palcoscenico è quello del Mandela Center, ad Addis Abeba, dove i leader africani si sono riuniti per l’assemblea dell’Unione africana e dove Giorgia Meloni, ospite d’onore, cerca di tessere la tela del Piano Mattei. Ma i venti che soffiano da Monaco, dove il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha appena lanciato un monito pesante come un macigno sui rapporti transatlantici, arrivano fin sull’altopiano etiope e impongono alla presidente del Consiglio una replica netta, misurata nei toni ma precisa nella sostanza. L’asse italo-tedesco che la premier aveva più volte evocato come possibile motore alternativo per l’Europa, con Berlino pronta a sostituire la tradizionale intesa con Parigi, mostra così la sua prima crepa -1. La sintonia sulla necessità di una maggiore autonomia strategica del Vecchio continente, e in particolare sul pilastro europeo della Nato, resta intatta, ma sulla visione dell’America di Donald Trump le strade divergono apertamente.
Se Merz, intervenendo alla conferenza sulla sicurezza, aveva parlato di una «frattura» ormai evidente con Washington e aveva bollato la cultura Maga (Make America Great Again) come estranea ai valori europei, Meloni non esita a prendere le distanze. «No, direi di no», risponde secca la presidente ai cronisti che le chiedono se condivida l’analisi del cancelliere su quel movimento politico e culturale che fa capo al tycoon tornato alla Casa Bianca -2. Quelle che per il leader tedesco rappresentano una «lotta culturale» estranea, per la premier sono semplicemente «valutazioni politiche, che ogni leader fa come ritiene» e che non possono diventare «un tema di competenza dell’Unione europea» -5. È un distinguo sottile ma fondamentale, quello operato da Meloni, che prova a separare il piano delle sensibilità partitiche interne, legittime ma non negoziabili a livello comunitario, dalla gestione concreta della geopolitica. L’obiettivo, ribadito più volte nel corso della breve conferenza stampa a margine dei lavori, deve essere un altro: «Lavorare a una maggiore integrazione tra Europa e Stati Uniti, valorizzare ciò che ci unisce piuttosto che ciò che può dividerci, è molto importante per tutti, particolarmente per i Paesi europei» -5.
Il messaggio che arriva da Addis Abeba è dunque duplice e si inserisce in quel ruolo di «pontiera» tra le due sponde dell’Atlantico che Meloni ha sempre rivendicato. Da un lato c’è l’ammissione, in linea con le parole di Merz, che l’Europa deve smetterla di chiedersi cosa gli altri possano fare per lei e iniziare a chiedersi «che cosa noi dobbiamo fare per essere autonomi, forti, capaci di rispondere a un’era della geopolitica nella quale di certezze non ce ne sono più moltissime» -7. Dall’altro, la convinzione che questa autonomia non si costruisca contrapponendosi a Washington, ma cercando di rendere il rapporto più equilibrato e maturo. Uno scontro frontale, e le parole del cancelliere tedesco rischiano di esserlo, non gioverebbe a nessuno, men che meno a Paesi come l’Italia che hanno nel dialogo e nella proiezione mediterranea alcuni dei loro cardini strategici.
Ed è proprio sul versante della presenza internazionale e della gestione delle crisi che si inserisce l’altro annuncio significativo della missione etiope, quello relativo al Board of Peace voluto da Trump per la ricostruzione di Gaza. I dubbi di natura costituzionale, legati all’articolo 11 della Carta e alla necessaria parità di condizioni in qualsiasi organismo internazionale cui l’Italia intenda aderire, avevano fin qui frenato una risposta positiva e piena -6. La soluzione trovata, e annunciata dalla premier, è quella di una partecipazione in qualità di Paese osservatore alla riunione convocata alla Casa Bianca per giovedì. «È una buona soluzione rispetto al problema che abbiamo di compatibilità costituzionale», ha spiegato Meloni, precisando che l’invito è stato recapitato solo nelle ore precedenti e che si sta ancora valutando il livello al quale sarà rappresentata l’Italia, se con il ministro degli Esteri Antonio Tajani o con una figura tecnica -7.
Quella formula ibrida, un piede dentro e uno fuori dall’organismo voluto dall’amministrazione americana, permette a Roma di non restare ai margini di un tavolo cruciale per gli equilibri mediorientali, senza forzare i paletti imposti dalla Costituzione. «Con tutto il lavoro che l’Italia ha fatto, sta facendo e deve fare in Medio Oriente per stabilizzare una situazione molto complessa e fragile», ha argomentato la presidente del Consiglio, «una presenza italiana e anche europea è necessaria» -3. Una necessità che prescinde, nel ragionamento di Meloni, dalle polemiche che proprio la natura di quel board ha sollevato in ambito Ue, con la Commissione che parteciperà con la commissaria Dubravka Šuica, ma che vede anche l’astensione di molti partner. La scelta dell’osservatore, insomma, prova a tenere insieme l’esigenza di contare nei dossier caldi, la fedeltà all’alleato americano e il rispetto dei vincoli giuridici interni, in un equilibrio complesso che la premier prova a governare da duemila chilometri di distanza.




