Il braciere olimpico e l’intreccio tra genio vinciano e rito collettivo all’Arco della Pace
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Redazione Sport
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C’è un punto, a Milano, dove la fiamma olimpica non si limita a brillare, ma diventa un appuntamento fisso, quasi una liturgia laica che si ripete allo scoccare di ogni ora. È l’Arco della Pace, e la struttura che campeggia davanti al Sempione – quel tripode che apre i suoi petali metallici come uno scrigno tecnologico – sta catalizzando un’attenzione che forse nemmeno i suoi ideatori si aspettavano così intensa. Perché il braciere di Milano Cortina 2026, a differenza di quelli tradizionalmente confinati all’interno dello stadio durante la cerimonia, è stato volutamente calato nel tessuto urbano, accessibile, fotografabile, vivibile. E la risposta del pubblico, ogni sera tra le 18 e le 23, è quella di una folla silenziosa che aspetta l’accensione delle coreografie luminose firmate dal compositore Roberto Cacciapaglia, quasi fosse l’attesa di un’eclissi -1-6.
La genesi di questo oggetto, che di tecnico ha la leggerezza dell’alluminio aeronautico e di simbolico l’omaggio al sole quale fonte primordiale di energia, affonda le radici in un’idea di Marco Balich, il direttore creativo veneziano che ha voluto fortemente sottrarre il braciere alla tradizionale staticità monumentale. Balich, che di cerimonie olimpiche ne ha firmate sedici, ha raccontato come il punto di partenza sia stata la volontà di realizzare «un oggetto bello», quasi una scultura, proprio perché Milano è la capitale indiscussa del design e un manufatto privo di ricerca estetica sarebbe suonato come una dissonanza -2-5. Da lì, il passo verso i Nodi vinciani è stato quasi obbligato: quei labirinti geometrici che Leonardo tracciò negli studi per la Sala delle Asse e che ornavano l’abito della Dama con l’ermellino sono diventati l’armatura concettuale del braciere, un codice visivo che lega l’armonia della natura alla creatività dell’intelletto e, in questa rilettura contemporanea, anche alla fratellanza globale che i cinque cerchi rappresentano -6-10.
Dal punto di vista puramente ingegneristico, la struttura è un prodigio di cinetica applicata. I 244 punti di snodo e i 1.440 componenti che permettono l’apertura e la chiusura dei petali non sono però fini a sé stessi: simulano il respiro, l’alternanza tra il giorno e la notte, il movimento di qualcosa che si svela e poi si richiude a proteggere la fiamma. Una fiamma che, va detto, è racchiusa in un contenitore di vetro e metallo progettato per emissioni prossime allo zero, nessuna ricaduta di materiali e un impatto acustico talmente basso da permettere a chiunque di sostare a pochi metri senza alcun disagio -6. È la dimostrazione pratica che la spettacolarizzazione di un rito antico può convivere con i parametri stringenti della sicurezza e della sostenibilità, anche quando il palcoscenico è uno slargo pubblico affollato da migliaia di persone.
E mentre il braciere milanese continua ad attrarre pellegrini laici, la cerimonia di accensione di venerdì scorso a San Siro ha consegnato un’immagine altrettanto potente: due leggende dello sci italiano, Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno impresso la loro forza simbolica nell’innesco del meccanismo all’Arco della Pace -9. Per Compagnoni, che di ori olimpici ne ha vinti tre in tre edizioni diverse, il ruolo non è stato soltanto cerimoniale. Lei è tra i primissimi ambassador della Fondazione Milano Cortina, un’investitura che risale al 2021 e che l’ha vista impegnata in un lungo lavoro di promozione dei valori sportivi ben prima che i riflettori si accendessero -3-8. La sua presenza, ieri come oggi, non si limita alla passerella: è il filo rosso che cuce la memoria delle medaglie passate alla responsabilità di trasmettere la cultura olimpica alle generazioni che guardano questi Giochi diffusi, forse meno concentrati ma certamente più capillari.




