Volkswagen, il giorno della verità: chiusura di quattro stabilimenti e fino a 100mila tagli nel piano 2030

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Volkswagen si prepara ad affrontare quella che potrebbe diventare la più grande ristrutturazione della sua storia, un'operazione che nei prossimi anni ridisegnerà profondamente il volto del primo costruttore europeo. Il consiglio di sorveglianza del gruppo è stato convocato per giovedì 9 luglio a Wolfsburg, chiamato a esaminare il piano di rilancio messo a punto dall'amministratore delegato Oliver Blume, un progetto destinato a ridurre drasticamente i costi e rilanciare la competitività in un mercato reso sempre più ostile dalla concorrenza cinese e dalla domanda debole in Europa.

L'incontro, che inizierà alle 14:30, sarà preceduto da una giornata di mobilitazione nazionale indetta dal sindacato Ig Metall, con manifestazioni di protesta previste in tutti gli stabilimenti tedeschi del gruppo, un segnale della tensione che circonda questa decisione cruciale.

Il piano: chiusura di quattro stabilimenti tedeschi

Secondo le indiscrezioni riportate dalla stampa tedesca, l'amministratore delegato avrebbe messo sul tavolo un piano di trasformazione senza precedenti che prevede la chiusura di quattro stabilimenti produttivi in Germania: Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm, quest'ultimo di proprietà di Audi. Le tempistiche ipotizzate vedrebbero la cessazione della produzione a Zwickau ed Emden a partire dal 2031, seguita da Hannover nel 2032 e Neckarsulm nel 2034.

Questi impianti, che attualmente danno lavoro a circa 40mila dipendenti, rischiano di essere dismessi nell'ambito di un piano che mira a eliminare l'eccesso di capacità produttiva e a concentrare la produzione su siti più efficienti. La decisione, tuttavia, si scontra con il forte potere contrattuale dei sindacati e con la Legge Volkswagen, una normativa che tutela gli stabilimenti storici e richiede una maggioranza qualificata dei due terzi del consiglio di sorveglianza per approvarne la chiusura.

Tagli all'occupazione: fino a 100mila posti di lavoro

La ristrutturazione non si limita alla chiusura degli impianti, ma prevede anche un'ulteriore riduzione degli organici che potrebbe arrivare fino a 50mila posti di lavoro in Germania, da sommare ai circa 50mila già destinati a essere eliminati entro il 2030, per un totale di 100mila esuberi.

Questa misura, che rappresenta un inasprimento significativo rispetto al piano di ristrutturazione concordato nel 2024, escludeva allora le chiusure di stabilimenti e i licenziamenti forzati fino alla fine del decennio, un accordo che i sindacati considerano ora messo in discussione.

L'opposizione sindacale è destinata a essere dura: l'Ig Metall ha già annunciato una massiccia mobilitazione, mentre i rappresentanti dei lavoratori mantengono 10 seggi su 19 nel consiglio di sorveglianza, una posizione che rende difficile imporre decisioni unilaterali senza il loro consenso.

Il nodo della Legge Volkswagen e lo scontro politico

L'ostacolo principale al piano di Blume non è solo di natura sindacale, ma anche giuridica e politica. La Legge Volkswagen, una normativa unica nel panorama europeo, garantisce al Land della Bassa Sassonia una partecipazione minima del 20% con una vera e propria minoranza di blocco, consentendo allo Stato regionale di esercitare un'influenza decisiva sulle scelte strategiche del costruttore.

Per alcune decisioni fondamentali, tra cui la chiusura degli stabilimenti storici, è richiesta una maggioranza qualificata dei due terzi del consiglio di sorveglianza, un obiettivo praticamente irraggiungibile senza il sostegno dei lavoratori. La situazione è diversa per Zwickau e Neckarsulm, che non rientrano tra gli stabilimenti coperti dalla normativa, ma la loro chiusura comporterebbe comunque conseguenze sociali e politiche enormi, con il rischio di scioperi prolungati e proteste da parte dei governi locali.

Le alternative e il futuro del gruppo

Di fronte a queste difficoltà, Volkswagen potrebbe scegliere una strada meno traumatica rispetto alla chiusura immediata degli stabilimenti. Una delle ipotesi ventilate prevede il trasferimento in Germania di parte della produzione oggi destinata alla Cina, utilizzando siti come Zwickau per assorbire la capacità produttiva in eccesso. Un'altra opzione sarebbe quella di non assegnare nuovi modelli ad alcuni impianti, condannandoli a una chiusura graduale una volta terminata la produzione dei modelli attuali.

Tra le ipotesi circolate, c'è perfino la riconversione di alcuni stabilimenti verso produzioni legate all'industria della difesa, un settore che in Germania sta aumentando rapidamente la capacità produttiva visto il contesto geopolitico. La riunione del 9 luglio rappresenta quindi un momento di svolta, che potrebbe segnare l'inizio di un duro negoziato tra management, sindacati e azionisti pubblici, destinato a durare mesi e a determinare il futuro del gruppo per i prossimi decenni.

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