Emmanuel Grégoire nuovo sindaco di Parigi, la sinistra tiene le grandi città ma la Francia resta frammentata
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Redazione Esteri
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Le urne delle elezioni comunali francesi, chiuse domenica sera, hanno restituito un’immagine nitida, seppur complessa, di un paese in bilico tra resistenze locali e tendenze nazionali sempre più polarizzate. Il risultato più eclatante arriva dalla capitale, dove il socialista Emmanuel Grégoire ha conquistato la poltrona di sindaco, infliggendo una sconfitta netta alla candidata sostenuta dall’Eliseo, Rachida Dati, e assicurando al Partito socialista il quinto mandato consecutivo alla guida di Parigi. Un successo, questo, che vale anche come tributo all’eredità della sindaca uscente, Anne Hidalgo, apparsa visibilmente emozionata nell’accogliere il suo successore davanti all’Hôtel de Ville.
Grégoire, che ha attraversato la città in bicicletta – un gesto carico di significato, trattandosi di un simbolo della trasformazione urbanistica voluta dalla sinistra in questi ultimi venticinque anni – ha rivendicato subito il valore politico della vittoria, definendo Parigi “il cuore della resistenza” contro quella che, nel corso della campagna, aveva descritto come una pericolosa alleanza tra destra e estrema destra. Il suo trionfo, tuttavia, non basta a delineare un quadro politico semplice. Se la sinistra, con il socialista Benoît Payan riconfermato a Marsiglia, ha saputo difendere le principali aree metropolitane, il resto del paese rivela una geografia elettorale frastagliata, dove le opposizioni avanzano in modo deciso.
La destra avanza altrove, la sconfitta di Dati e il caso di Nizza
Il campo governativo, quello del presidente Emmanuel Macron, esce da queste amministrative con un saldo complessivamente in negativo, specialmente nei centri urbani più importanti. La sconfitta di Rachida Dati a Parigi, nonostante il sostegno dell’Eliseo e una riforma elettorale voluta per agevolarla, rappresenta una battuta d’arresto simbolica di grande peso. La sua campagna, giudicata persino all’interno del suo schieramento come “violenta” e polarizzante, non ha convinto gli elettori della capitale, che hanno invece premiato la continuità amministrativa della sinistra. Una dinamica che si è ripetuta in altre piazze, dove i candidati macronisti hanno dovuto cedere il passo.
In controtendenza, il centro-destra può comunque contare su alcune roccaforti. Édouard Philippe, ex primo ministro e ormai dichiarato candidato per le presidenziali del 2027, ha ottenuto una vittoria netta a Le Havre, consolidando la sua posizione di possibile ago della bilancia per l’anno prossimo. Altrettanto significativo, seppur in direzione opposta, è il risultato di Nizza: la quinta città più grande del paese è finita sotto il controllo di Éric Ciotti, ex esponente dei Repubblicani ora divenuto alleato di Marine Le Pen, un’avanzata che certifica la capacità del Rassemblement National di radicarsi anche nei grandi centri urbani, un tempo considerati impenetrabili.
Il mancato sfondamento dell’estrema destra e i segnali dalla sinistra radicale
Nonostante le ambizioni dichiarate, il Rassemblement National non è riuscito a compiere il salto di qualità che sperava. L’obiettivo di conquistare Marsiglia, la seconda città del paese, è sfumato per mano del sindaco uscente Payan, il quale ha beneficiato anche del ritiro del candidato della sinistra radicale per evitare la vittoria del fronte nazionale. Lo stesso copione si è ripetuto a Tolone, dove la candidata lepenista è stata fermata. Jordan Bardella, il presidente del partito, ha cercato di ridimensionare la portata di queste battute d’arresto, rivendicando un “progresso storico” in termini di numero di consiglieri eletti in tutto il territorio e segnalando come la sconfitta nelle grandi città non debba oscurare i successi nei centri minori e la vittoria di Ciotti a Nizza.
Il quadro che emerge dalla Francia Unbowed (LFI), la formazione di Jean-Luc Mélenchon, è altrettanto ambiguo. Pur avendo rivendicato alcune roccaforti simboliche, come Saint-Denis e Roubaix, il partito non è riuscito a imporre quella strategia di alleanze che invece aveva caratterizzato le consultazioni precedenti. A Parigi, Grégoire ha rifiutato qualsiasi accordo con LFI, mentre a Marsiglia il candidato della sinistra radicale si è ritirato per favorire il socialista, segno evidente di una frattura nel campo progressista che rischia di pesare in vista della scadenza elettorale più importante, quella presidenziale del 2027.
Un paese frammentato in vista delle presidenziali
Al di là dei singoli risultati, il dato più rilevante che emerge dalle urne è la fotografia di una Francia politicamente frammentata, dove i tradizionali partiti di governo arrancano mentre le ali estreme consolidano il proprio bacino di consensi, pur senza riuscire a sfondare del tutto in alcuni contesti locali. La domanda che aleggia nell’aria, mentre l’Eliseo osserva il risultato delle urne, è se l’era di Emmanuel Macron non sia già entrata in una fase di declino irreversibile, con i risultati delle amministrative che parlano come se il suo mandato fosse già prossimo alla conclusione.
Il nuovo sindaco di Parigi, arrivato in sella a una delle iconiche biciclette a noleggio che tanto hanno fatto discutere durante la gestione Hidalgo, incarna la continuità di un modello di città che ha polarizzato il dibattito nazionale. Quella stessa città, spesso dipinta dai critici come il regno dei “bobo” e oggetto di campagne social come #saccageParis, ha scelto di non voltare pagina, confermandosi una roccaforte della sinistra tradizionale in un paese che, guardando al resto del territorio, appare invece sempre più attratto dalle sirene delle formazioni estreme e dalle alleanze inedite tra destra e centro-destra. Le sfide giudiziarie che attendono alcuni protagonisti, come la stessa Dati a settembre, restano un elemento di incertezza sullo scenario politico nazionale.




