Riforma degli enti locali in Sicilia, il voto segreto smaschera le fratture del centrodestra
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Redazione Interno
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Non un assalto alla diligenza, ma qualcosa di più raffinato e, per certi versi, più letale per la tenuta della maggioranza di Renato Schifani: un vero e proprio agguato consumato tra i banchi di Sala d’Ercole, dove il voto segreto – strumento pensato per tutelare la libertà di coscienza – si è trasformato nell’arma con cui il centrodestra siciliano ha scelto di fare harakiri. L’approvazione dell’articolo 8, quello che istituisce la quota del 40 per cento di rappresentanza femminile nelle giunte comunali, sembrava aver consegnato alla coalizione una vittoria trasversale, ottenuta grazie al pressing delle quindici deputate regionali; un fronte compatto, quello delle parlamentari, che aveva rotto gli schemi di partito e imposto all’Aula un dibattito sulla dignità istituzionale più che sulle percentuali -7-10. Eppure, bastano poche ore perché quel clima si avveleni e la riforma – quella stessa che avrebbe dovuto portare la firma dell’intero schieramento – venga silurata da chi, quella maggioranza, dovrebbe sostenerla.
Tutto precipita nel pomeriggio di mercoledì 11 febbraio, quando l’esame del disegno di legge sugli enti locali arriva al cosiddetto articolo 10: una norma minore, di quelle che di solito passano inosservate, dedicata alla digitalizzazione degli archivi urbanistici comunali e al loro allineamento con i parametri del Pnrr -1-2. È su quel testo, apparentemente innocuo, che scatta la trappola. Il centrodestra, o almeno una sua parte consistente, decide di ritirare i tesserini magnetici per far saltare il numero legale, ma otto deputati – quelli che poi finiranno nel mirino dell’opinione pubblica e dei colleghi – non si limitano ad assentarsi: restano in Aula e, con le schede inserite nei dispositivi di voto, premono il pulsante rosso -2-8. L’esito è surreale: trentatré contrari, un solo voto favorevole. Quell’unico sì è della vicepresidente Luisa Lantieri, la stessa che dallo scranno più alto dell’Assemblea si volta e, con il microfono ancora aperto, lascia cadere una domanda che sa di resa: «Ma solo io ho votato a favore?» -1-8.
I nomi, il documento e il “trappolone” che rompe gli equilibri
La messa a nudo dei franchi tiratori, questa volta, non è affidata alle voci di corridoio o alle indiscrezioni dei cronisti parlamentari. Stavolta c’è un documento, e quei nomi – otto, tutti riconducibili all’area di maggioranza – diventano improvvisamente pubblici. Nell’elenco compaiono Ludovico Balsamo, Nicola D’Agostino, Giovanni Di Mauro, Riccardo Gennuso, Margherita La Rocca Ruvolo, Giuseppe Lombardo, Santo Orazio Primavera e l’ex presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè; un gruppo eterogeneo in cui convivono esponenti di Forza Italia, del Movimento per l’Autonomia e del gruppo misto, uniti dalla convinzione – da loro stessi rivendicata – che quell’articolo fosse non solo inutile, ma dannoso per le casse comunali -2-8. La Rocca Ruvolo, in particolare, non usa mezzi termini: spiega di aver fatto un preventivo per digitalizzare appena cinquecento delibere e di aver ottenuto una stima di quarantamila euro, una spesa che definisce ingiustificabile e che l’avrebbe spinta a votare contro piuttosto che abbandonare vigliaccamente l’Aula -8.
Dall’altra parte, il presidente della Prima commissione Affari istituzionali Ignazio Abbate, che del provvedimento è relatore e principale artefice, parla senza esitazione di «trappolone» ordito ai danni della maggioranza; una strategia, la sua, che mira a smascherare chi dentro la coalizione rema contro e lo fa – paradossalmente – rimanendo in Aula e dichiarando il proprio voto, anziché sottrarsi al numero legale -8. È una resa dei conti che si consuma in diretta, con l’audio che viene disattivato più volte per evitare che i boati e le invettive dei deputati invadano le cronache, e con il segretario generale dell’Ars Fabrizio Scimè costretto a spiegare il meccanismo: «I tesserini dentro tengono il numero legale» -8. Un dettaglio tecnico, quasi burocratico, che diventa la chiave di volta per capire quanto la frattura sia ormai insanabile.
L’ombra del terzo mandato e il nodo delle scadenze
Se l’articolo 10 viene sacrificato, non è certo per una disputa sulla dematerializzazione degli archivi. I veri nodi – quelli che tengono sveglie le notti dei deputati e dei sindaci in cerca di ricandidatura – sono altrove e si chiamano terzo mandato per i primi cittadini dei Comuni fino a quindicimila abitanti e introduzione della figura del consigliere supplente -4-5. La prima norma allineerebbe la Sicilia al resto d’Italia, ma dentro la maggioranza spacca tutto: c’è chi lo vuole a tutti i costi, forte della spinta dei territori, e chi invece teme che allungare la vita amministrativa di certi sindaci significhi blindare il consenso e chiudere le porte a potenziali sfidanti. La seconda, quella sul consigliere supplente, è definita dal Movimento 5 Stelle un semplice «moltiplicatore di poltrone», mentre altri la interpretano come un ammortizzatore necessario per garantire stabilità alle giunte -5.
Ma il tempo, a Sala d’Ercole, non è una variabile neutra. Il combinato disposto delle regole elettorali e dei regolamenti parlamentari impone un vincolo ferreo: la legge, per essere applicata alle amministrative di maggio, deve essere approvata entro una finestra temporale che si sta rapidamente chiudendo -4-9. Ogni rinvio – e quello di mercoledì non è il primo, né probabilmente sarà l’ultimo – allontana la possibilità che le nuove norme entrino in vigore in tempo utile. E così, paradossalmente, l’unanimità con cui l’articolo 10 è stato bocciato rischia di travolgere anche la norma sulla parità di genere, approvata due giorni prima con voto palese e con l’abbraccio – pure un po’ teatrale – delle quindici deputate di ogni schieramento -7-10.
Il Vietnam di Palazzo dei Normanni e l’assenza del governo
A rendere ancora più opaco il quadro ci si mette anche la giunta regionale, o meglio la sua assenza. L’aula, alle 15:30, è pronta a votare ma i banchi del governo sono vuoti. L’assessore Luca Sammartino è impegnato in una call sull’emergenza maltempo – il ciclone Harry, lo stesso che Cateno De Luca definisce un «pretesto» – e i capigruppo dell’opposizione, da Michele Catanzaro a Luigi Sunseri, chiedono il rinvio: non si può legiferare senza un referente esecutivo che spieghi la portata dei provvedimenti -2. È De Luca, con la sua consueta verve, a condensare il clima in una sola frase: «Quest’aula si è trasformata in un Vietnam» -8. Una metafora bellica che non sembra affatto esagerata, se si considera che da novembre il leader di Sud chiama Nord garantiva una tregua d’aula a Schifani, tregua che – con la rottura politica – si è trasformata in guerriglia quotidiana.
Il rinvio è ormai inevitabile. Si riprenderà martedì 17 febbraio alle 15:00, ma nessuno – neppure tra i più ottimisti – scommette su un finale diverso. Il testo, atteso da due anni, è ferito a morte e i franchi tiratori, lungi dall’essere rimasti nell’ombra, hanno ottenuto ciò che volevano: fermare tutto, anche a costo di mettere la propria faccia e il proprio nome sul verbale di voto -2-4.




