Torino, il killer di Michelle Causo tenta di impiccarsi in cella
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Redazione Interno
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Momenti di viva apprensione si sono vissuti nel carcere torinese “Lorusso e Cutugno”, noto anche come le Vallette, dove il giovane condannato per l’omicidio di Michelle Causo ha tentato di suicidarsi. L’episodio, che ha riportato d’attualità una vicenda giudiziaria dai contorni drammatici, si è consumato nel primo pomeriggio, subito dopo la consueta chiusura della sezione detentiva. Il detenuto, un cittadino di origini cingalesi oggi ventenne, ha utilizzato del materiale di fortuna per costruire una corda rudimentale con la quale ha cercato di impiccarsi all’interno della sua cella.
L'intervento degli agenti penitenziari
A scongiurare l’esito fatale, com’è accaduto in altre occasioni simili nelle carceri italiane, è stato il pronto intervento di un agente della polizia penitenziaria. L’uomo, di giovane età, si è accorto in tempo della situazione estrema e, entrato in cella, ha immediatamente liberato il collo del detenuto dalla stretta. Le successive e necessarie manovre di primo soccorso, condotte con prontezza dallo stesso agente e dai colleghi accorsi, hanno permesso di rianimare il ragazzo, il cui gesto non sembra aver lasciato conseguenze fisiche permanenti, sebbene il quadro psicologico appaia profondamente critico. Un episodio, questo, che getta una luce cruda sulle condizioni di chi, dopo una condanna esemplare, deve affrontare il peso di una lunga reclusione.
La condanna per il delitto di Primavalle
Il giovane, infatti, è lo stesso che nel giugno del 2023, all’epoca dei fatti diciannovenne, fu autore dell’uccisione di Michelle Causo, una ragazza romana di soli diciassette anni. La dinamica, già ricostruita in sede processuale, fu di una violenza inaudita: la vittima venne colpita a morte con diverse coltellate in un edificio del quartiere Primavalle, dove entrambi risiedevano. Il senza vita di Michelle fu poi abbandonato, in un gesto che suscitò orrore e sdegno, dentro un carrello della spesa, prima che l’assassino venisse identificato e arrestato. Il percorso giudiziario, svoltosi con rito abbreviato, si è concluso con una condanna a vent’anni di reclusione, una pena significativa che il ragazzo ha iniziato a scontare dopo essere stato trasferito dall’istituto penale minorile di Treviso al carcere torinese.
Le ombre sul dopo-condanna
Il tentativo di suicidio, stando alle valutazioni di chi opera quotidianamente nell’ambiente, rappresenta l’esito estremo di un disagio personale profondo, acuito dall’ingresso nel circuito carcerario degli adulti e dalla prospettiva di un futuro interamente da vivere tra le sbarre. Il gesto disperato, se da un lato riapre ferite nella memoria di chi ha seguito la tragedia di Michelle Causo, dall’altro impone una riflessione – sempre attuale e spesso dolorosa – sui meccanismi di gestione del rischio suicidario all’interno degli istituti di pena, luoghi in cui la sofferenza psichica dei detenuti può trovare, in certi casi, sbocchi tragici. La macchina investigativa, per sua parte, non ha al momento riscontrato elementi che lascino supporre coinvolgimenti di terze persone nell’accaduto, circoscrivendo la responsabilità all’iniziativa solitaria del condannato.




