SpaceX da record a Wall Street, Musk primo trilionario e 4.400 dipendenti milionari
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Redazione Economia
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Un patrimonio personale che sfiora i mille e cento miliardi di dollari, una capitalizzazione di mercato che ha superato i duemila miliardi al termine della prima seduta, e una scia di nuovi milionari – quattromilaquattrocento per l'esattezza – generati dalle stock option. È questo, in estrema sintesi dei fatti, l'impatto immediato del debutto di SpaceX sul Nasdaq, un'operazione che ha riscritto i record di Wall Street consegnando a Elon Musk un primato senza precedenti: essere ufficialmente il primo trilionario della storia dell'umanità.
Al termine di una giornata di contrattazioni che ha visto il titolo toccare un picco oltre i 176 dollari per assestarsi in chiusura a quota 160,95, il fondatore ha visto la sua ricchezza personale lievitare a una cifra che, se paragonata al prodotto interno lordo, supera quello di nazioni come la Svizzera o l'Olanda.
Una concentrazione di potere economico e tecnologico che, come evidenziano gli analisti, non ha eguali nel presente e che proietta l'imprenditore sudafricano in una dimensione finanziaria prima d'ora esplorata solo nelle distopie fantascientifiche.
Un'IPO da 75 miliardi che cambia le gerarchie planetarie
La società, nata più di vent'anni fa in un magazzino polveroso a El Segundo, ha collocato sul mercato oltre cinquecentocinquanta milioni di azioni a un prezzo di 135 dollari l'una, riuscendo a raccogliere settantacinque miliardi di dollari. Una cifra, quest'ultima, che triplica il precedente record detenuto dal colosso petrolifero Saudi Aramco dal 2019.
Il balzo iniziale del 19%, che ha spinto la valutazione complessiva oltre i duemila miliardi, ha praticamente spazzato via ogni scetticismo degli osservatori, molti dei quali avevano giudicato "fumosa" la narrazione di un'azienda che, nonostante ricavi per 187 miliardi nell'ultimo anno, ha comunque riportato una perdita netta di quasi quarantanove miliardi.
Ma quello che Musk vende ai mercati – è bene sottolinearlo – non sono tanto i lanci commerciali del razzo Falcon o l'espansione della rete Starlink (che conta ormai oltre dieci milioni di abbonati), quanto piuttosto un potenziale futuro fatto di data center solari in orbita e colonie marziane.
La clausola anti-cina e l'effetto ricchezza sui dipendenti
L'offerta pubblica iniziale, la più alta mai realizzata, cela anche un aspetto geopolitico di non poco conto. Una clausola specifica, infatti, impedisce ai cittadini cinesi di acquistare azioni della società, una decisione che riflette la natura strategica delle tecnologie missilistiche e della rete satellitare Starlink, considerate a tutti gli effetti armamenti per la sicurezza nazionale del Pentagono. Un paradosso, questo, se si considera la storica dipendenza di altre entità dell'impero di Musk (si pensi a Tesla) dalle mega-fabbriche e dal mercato del gigante asiatico.
D'altro canto, l'operazione ha scatenato un "effetto ricchezza" senza precedenti all'interno della forza lavoro: gli ingegneri, i tecnici e persino il personale amministrativo che negli anni difficili – quando i primi tre lanci del Falcon 1 fallirono miseramente – accettarono di essere pagati con pacchetti azionari, si sono svegliati ieri con fortune da generazione.
Secondo le stime, circa quattrocento di questi dipendenti vantano ora un patrimonio superiore ai cento milioni di dollari, mentre per i rimanenti quattromila il traguardo del milione è stato ampiamente superato.
La fusione con xAI e il controllo saldo dell'85%
La scalata al trono dei mercati non è avvenuta in solitaria, ma include gli ingranaggi della società di intelligenza artificiale xAI, con la quale si era già fuso lo scorso febbraio in un'operazione dal valore di 1,25 trilioni di dollari. Una mossa, questa, che ha permesso di legare indissolubilmente le sorti della piattaforma social X (ex Twitter) e dell'intelligenza artificiale di Grok a quelle dei razzi riutilizzabili, creando un conglomerato capace di attrarre sia i capitali dedicati alla space economy sia quelli orientati alla corsa all'AI.
Nonostante la massiccia raccolta, Musk mantiene un controllo ferreo del gruppo: grazie a una struttura azionaria a doppia classe, il fondatore trattiene l'82,4% dei diritti di voto pur possedendo una quota del capitale intorno al 42%. Un dato, quest'ultimo, che lo mette al riparo da eventuali pressioni degli investitori istituzionali e gli garantisce la libertà di continuare a inseguire i suoi obiettivi a lunghissimo termine, come rendere l'umanità una specie multi-planetaria, senza dover rendere conto trimestralmente al mercato dei profitti immediati.




